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Compro oro

Agli angoli delle città impoverite si moltiplicano le insegne dei “compro oro”. A Catania ne ho vista una enorme campeggiare da un balcone all’altro di una strada del centro, fatta tutta di lampadine come per la festa del patrono, come un’ultima offerta di salvezza, un’esca ingannevole per noi agganciati come un’orata all’uncino fetido della crisi, chiamata finale prima della liquidazione completa delle speranze. Segni dei tempi. Come i negozi che abbassano le saracinesche, la cassiera del supermercato che con grande sollievo annuncia che la raccolta dei punti è abolita mentre si è deciso di aumentare gli sconti, le signore anziane in coda al bar per comprare un mucchio di gratta e vinci, il misterioso moltiplicarsi dei fruttivendoli nordafricani, il masochistico e meccanico avvitarsi di qualsiasi conversazione dentro l’argomento funereo dello spread o della mancanza di lavoro. “Pago in contanti” ci tiene ad avvisare un’altro manifesto “compro oro”, accanto alla stazione, che copre senza pietà un mucchio di affissioni politiche sbiadite dalla pioggia e dal vento. Raccontava l’altro giorno Adriano Sofri su Repubblica che alla Puerta del Sol, a Madrid, la piazza degli indignados e degli innamorati, c’è un “compro oro” di tre piani, con mezza dozzina di suoi adescatori fra i passanti. E annunciano di stare aperti 24 ore su 24.

Il significato tecnico del rialzo pazzesco dei metalli non è allegro, al di là del fatto che con la catenina della comunione si può andare una settimana in vacanza: significa che le valute sono precipitate in basso, in bassissimo. Che il tempo per fidarsi o per sperare è scaduto. Dev’essere questa la crisi: cose e denari che passano di mano, materialmente. Catenine dei bambini, orecchini della nonna, fedi matrimoniali. Case, anche. Leggo altri dati, sempre da questo articolo. Negli Stati Uniti si calcola che undici milioni di case siano state perdute per la bolla immobiliare. Un servizio fotografico speciale ospitato da Le Monde, intitolato “Un pays aux enchéres”, ricorda che una parte di quelle case tolte ai proprietari indebitati viene rivenduta a prezzi di speculazione, un’altra parte, semplicemente, va in malora, in quartieri derelitti e deprezzati. Se si fossero lasciati i loro abitatori, non sarebbero andate in malora. In Spagna gli sfratti per chi non riesce a pagare i mutui sono all’ordine del giorno, la legge lì dice che dopo che ti è stata tolta la casa devi comunque continuare a pagare, una specie di rapina a vita, poi ci sono quelli che si buttano da una finestra. In Grecia pare che gli inglesi si siano comprati delle vecchie miniere d’oro, e le abbiano riaperte, nonostante la contrarietà della popolazione. Qualche altro milionario russo s’era offerto di comprarsi qualche isola, o magari il Partenone.

Il mondo assomiglia a un grande Monte dei Pegni. Le case passano di mano, come le sovranità superstiti, e i diritti che ancora avanzavano. Ci sono cose troppo grandi per fallire (le banche, le nazioni, i gruppo finanziari) e cose troppo piccole per non fallire (le singole persone, le famiglie, le botteghe). D’altronde, abbiamo ormai imparato che i poveri vanno in rovina mentre gli Stati o le banche fanno default. Solo per alcuni il salvataggio diventa un riscatto.

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Luca Di Ciaccio • 12 novembre 2012


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