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I ragazzi che protestano

Li ho visti, stamattina, i ragazzi che protestavano. Li abbiamo sorpassati in motorino, mentre andavamo a lavoro, con i loro cartelli, i loro zaini, le magliette che in alcuni casi sono sempre le stesse, gli slogan urlati in un megafono, il passo veloce di quelli che si allenano a fare i leader, gli sguardi di chi sta lì tanto per stare e per saltare un giorno di lezione, i caschi sulla testa di chi sa già come andrà a finire, l’incoscienza del mondo sulle spalle. Io e la mia collega ci siamo detti che qualche anno fa saremmo stati anche noi lì, e in effetti ci siamo già stati, con cartelli simili, facce uguali, e il nome di qualche ministro stronzo come sempre e che abbiamo già dimenticato. Prima di convertirci a un sano riformismo, o a un’anarchia dei cavoli propri, a un viaggio all’estero o a un contratto a termine che la mattina ce li farebbe mettere sotto quel motorino quelli che scioperano, pur di non fare tardi. Al collega più grande in ufficio che ci dice che queste cose sono poca roba rispetto a quelle viste e fatte dalla sua generazione, quella sì che faceva sul serio.

Sarà uguale anche oggi, pensavamo. Il format della piazza, più vecchio di quello dei talk show e delle tribune elettorali, non lascia scampo: il movimento di protesta con buone ragioni e pacifiche intenzioni, gli slogan tramandati dalla vecchie guardia e quelli nuovi, il gioco di ruolo delle barriere e delle cariche, l’improvviso ondeggiare di gambe e braccia, i capelli del rastone che balla accanto, la musica che arriva dal camion, i reduci di mezza età, gli agenti che non vedono l’ora di menare un manganello in faccio a un ragazzo inerme sull’asfalto, l’adrenalina mentre si scappa, i commenti del giorno dopo sui pochi che hanno rovinato l’occasione di tanti, un ragazzo che urla a un coetaneo incappucciato di fermarsi, il narcisismo di meravigliosi capipopolo, le citazioni sui giornali di Pasolini, quelle di Cossiga. E quelli che aspettavano l’autobus, quelli fermi sul motorino prima di andare al lavoro, che ci guardavano. Diventare cinici significa comprendere a cosa si riferiscono gli adulti quando dicono “così va il mondo”.

Ho letto e condiviso anche io la “lettera a un fratello che sciopera” che Enrico Sola sul suo blog ha indirizzo ad un suo ipotetico fratello più piccolo, ventenne: “Oggi scioperate, scioperiamo. Ma se finisce oggi non risolviamo niente. Il vero sciopero inizia domani e dura tutta la vita: dire di no a chi se ne approfitta, a chi ci condanna al limbo, a chi ci vuole mediocri”. Io non ero in piazza, e mi sono sentito come quel fratello maggiore e quel fratello minore allo stesso tempo. Un trentenne con mozzichi d’esperienze che non sa se dire troppi no è una cosa che ti fa crescere, o che ti isola. Ma, come oggi pomeriggio, la piena del fiume sale, e sul lungofiume in molti perdono la pazienza.

Luca Di Ciaccio • 14 novembre 2012


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