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Quel gran pezzo della Leopolda

Non ero mai stato alla vecchia stazione Leopolda di Firenze così ieri ero molto incuriosito e mi ero portato anche un quaderno e una penna per prendere gli appunti, poi però ho sentito Pif, quello di Mtv, dire che qui ti guardano malissimo se stai con carta e penna, ti prendono per uno dell’Udc, e così anche io ho preso al volo un’iPad, per non sembrare un compagno di Giovanardi. Confesso che ero andato alle Leopolda prevenuto. Anche io avevo passato giorni settimane e mesi a sentir dire che Renzi è figlio dei poteri forti, espressione della Cia e chissà forse pure del Mossad, un burattino in mano ai finanzieri delle Cayman, oltre che ovviamente populista, peronista, criptoberlusconiano, fascistoide (questa addirittura gliel’aveva detta l’Unità, il giornale del suo stesso partito), un prodotto mediatico aiutato da finanziamenti milionari, uno che era a un passo dal distruggere questo centrosinistra (questa invece l’ha detta da D’Alema, forse era una lusinga). Insomma come minimo mi aspettavo una convention fighetta in stile craxiano o berlusconiano e invece niente, non c’erano nemmeno le hostess in tailleur, i muri della vecchia stazione erano tutti scrostati, la scenografia del palco era decisamente rossa, il leader rottamatore se n’è uscito dicendo “scusate, mi sono sbagliato” a insistere troppo sulla rottamazione, a far capire che il concetto di cambiamento di una classe dirigente che ha fallito non è una cosa di anagrafe ma un problema di contenuti, mentre i suoi comitati a me sono sembrati fatti di gente molto allegra ma pure un po’ ingenua e confusa, e da un’armata al soldo dei poteri forti ci si aspetterebbe di meglio, pure ammettendo che nemmeno i poteri forti in Italia sono più quelli di una volta.

Ciò nonostante, quando lo dicevo in giro che andavo a farmi un giro alla Leopolda molti miei amici e conoscenti, politicamente di centrosinistra, continuavano a guardarmi strano. E’ una cosa di cui mi sono accorto: Renzi, senza ovviamente volerlo, sta riempiendo un vuoto nel nostro immaginario. Dopo vent’anni, all’improvviso, non abbiamo più una faccia che ci divida e ci contrapponga, una faccia possibilmente abbronzata e sorridente, che ci permetta di litigare raccontando a noi stessi che però stiamo litigando per delle idee. Dovremmo cominciare a occuparci dei problemi veri, e trovare soluzioni pratiche, ma è complicato, e mal che vada ci pensa Monti. Anche io, al cospetto di Renzi, al netto dei dubbi personali e dei contenuti condivisibili, avverto soprattutto un paradosso: il metro su cui lo approvo è il superamento del tifo politico, il metro su cui temo funzionerà è proprio l’esaltazione del tifo politico. Hai voglia a dire, generosamente: “Se non ci voti, non hai sbagliato tu, abbiamo sbagliato noi”. Oppure a sostenere, come in un qualunque sistema democratico maturo: “Per vincere bisogna convincere anche chi ha votato dall’altra parte, non solo i nostri”. In Italia la politica viene vissuta alla stregua dell’altro gioco dei maschi, il calcio. Ognuno disegna la sua linea per terra e accusa di eresia chi prova a discostarsene o ad allargare il campo da gioco, e fa niente se poi si perde la partita. Piuttosto si diserta lo stadio, ma non ci si trasferirà mai nella curva degli avversari: al massimo in tribuna con un biglietto omaggio. Alla Leopolda c’era chi invocava la distruzione creatrice e chi la rieducazione di un paese, chi sperava in una legge elettorale decente e chi semplicemente diceva che non s’è mai visto uno che ha rotto una cosa poi riuscire a ripararla. “Adesso!” è uno slogan che fa sognare, nel paese dei gattopardi. Eppure ancora troppa gente continua a sussurrarmi all’orecchio che “il problema è un altro”.

renzi

Luca Di Ciaccio • 18 novembre 2012


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