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Arbasino

In un pomeriggio dai toni di grigio leggere una lunga intervista ad Alberto Arbasino, “sopravvissuto a una certa epoca”. Arbasino non racconta, descrive. Uno penserebbe a un ego debilitante, invece è uno da cui farsi raccontare d’altro, di altri. I pranzi nelle trattorie sulla Flaminia. I Guttuso, i Moravia, Pasolini che a una cert’ora della sera si alzava dal tavolo, la smania di andare. Le casalinghe di Voghera, le piccole vacanze. Un Mallarmé sul tavolino. Adagio adagio era finita la guerra. I tavolini a via Veneto. La dolce vita che era già finita prima di cominciare. Nora Ricci era la più elegante di tutti, aveva tutta un’eleganza acquisita, non di primo acchito diciamo. Roma era come un paesino, ci si conosceva tutti. Nei film di Fellini sarebbe stata una caduta di stile apparire. Un ultimo piano a via Frattina, c’era pure Zeffirelli. Poi è venuta Audrey Hepburn con il marito, poi un poeta brasiliano che era anche un diplomatico. Si pranzava in una trattoria prendendo un’hachée, uno spaghetto, qualche cosa così. Flaiano e Bolognini a tavola, “ha strillato molto la Elsina ieri sera” chiedeva Gadda al telefono, Fare la comparsa nei film di Fellini non sarebbe stato elegante. L’università a piazza Aldo Moro, con Aldo Moro che era ancora vivo e non era ancora piazza Aldo Moro, lui stava lì a Scienze Politiche. La Betti, che poi non era mica una strega come dicono, le si scriveva le canzoni. L’idea dell’avanguardia di approfittare dei soldi per fare progetti, non best-seller. Piccole masse di mezze calze, già pronte ad avanzare. Un pranzo col professor Kissinger. Fanciulline svampite e giovani scemini, che incontrano il primo amore insieme al primo dolore. Niente smancerie, per favore, e lacrime romantiche meno che meno, fra i tanti fratelli d’Italia. Frequentare il teatro come fosse un salotto e i salotti come si trattasse di andare a teatro. Compilare elenchi di nomi. Parigi era cara e il lombardo anonimo. Si andava a cena insieme.

“Ma non c’erano altre duecento persone che volevano entrare nel locale” chiede l’intervistatore. No… Allora gli viene in mente che c’era questa battuta di Vaime: Vaime va da Rosati, a piazza del Popolo, con Flaiano, e Flaiano indica un po’ di gente intorno e dice “Guarda, credono di essere noi”. Fa molto ridere, anche se la vita non è più dolce.

Luca Di Ciaccio • 20 novembre 2012


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