Ludik

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Fabbriche sconsacrate

E’ come quando si ispeziona un relitto riportato alla luce dalla sabbia dei secoli.  Lo faccio con attenzione, con timore. So di calcare orme antiche, di camminare su selciati che altri, anni fa, hanno calcato prima di me. Lo faccio in silenzio. Camminare dentro una fabbrica abbandonata, dismessa, in rovina. Con rispetto, come in un territorio sconsacrato. Non c’è nessuno attorno, ma mi sembra di vederli ancora lungo i nastri trasportatori, o negli altiforni di fusione, o mentre caricano i treni. Con le facce rosse di fatica, di dolore, di vecchiaia.

E’ sotto quell volte e quei capannoni che si è accanita l’ambizione di trasformare un Paese di agricoltori e di mezzadri in una opulenta potenza industriale, sotto l’ombra paternalista dello Stato o davanti alla sfida di imprenditori ansiosi di tuffarsi a capofitto nel vortice della produzione in serie, delle catene di montaggio, delle ciminiere. Se non avevano soldi li andavano a prenderli ovunque: anche sotto i materassi dei contadini che nascondevano i risparmi di un raccolto generoso, di una buona vendemmia. Serviva spazio, e lo trovavano ingoiando i prati e gli alberi, avvicinando le ciminiere ai centri urbani, tirando su palazzoni di periferia in cui stipare le famiglie degli operai in cerca di un miglioramento sociale, loro più di tutti decisi a uscire dalla miseria delle campagne allora poco appetibili agli occhi dei raffinati signori di città che oggi se le comprano a caro prezzo per ritrovare le gioie mai vissute della vita rurale, allora era meglio il palazzo di città e la prospettiva di un futuro migliore per i propri figli, a quei tempi anche l’operaio voleva il figlio dottore, non immaginando che suo figlio dottore un giorno avrebbe guadagnato meno di suo padre operaio.

Io ci sono cresciuto, guardando dalla finestra una fabbrica abbandonata, le riqualificazioni all’insegna del terziario – centri commerciali o loft per artisti – non l’hanno ancora conquistata, solo qualche sospetto di lottizzazione abusiva in un’ordinanza giudiziaria appiccicata ai vecchi cancelli di ruggine. Stamattina ho trovato su un blog un vecchio video in bianco e nero, probabilmente datato ai primi anni Sessanta: un documentario sulla costruzione dell’Italsider di Taranto, oggi ribattezzata Ilva. Si vedono ulivi secolari abbattuti da bulldozer, vecchie masserie di campagna demolite dalle gru. Arriva “una forza nuova, la macchina” dice la voce stentorea dello speaker, “a proiettare quelle lande miserevoli verso la modernità e il benessere”. E’ facile guardarlo oggi, col senno di poi, coi conti ancora aperti dei prezzi pagati e dei bilanci perduti. “Nei crateri dello sviluppo torna a fiorire l’utopia” leggo nel libro “Apocalypse town” di Alessandro Coppola, dove racconta delle città americane che dopo il crollo delle industrie sono costrette a demolirsi e reinventarsi. Con un dubbio, che volendo è anche un’opportunità:  e se dalle macerie non dovesse mai rinascere nulla?

posti abbandonatitarantovetreria

Luca Di Ciaccio • 28 novembre 2012


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