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Grande Raccordo Anulare

Per i romani il Grande Raccordo Anulare non è solo la strada che abbraccia la città, ma un’esperienza. Si sta come lancette dentro un orologio che passano e ripassano per gli stessi punti, tra un pino romano e uno sfasciacarrozze e un cedro del libano, come in una sinfonia di Respighi. E “sarebbe interessante capire poi dov’è il centro vero di questo cerchio” si chiede a un certo punto Renato Nicolini, architetto e assessore e inventore dell’Estate Romana tanti anni fa, in uno scarno documentario di mezz’ora, in cui lui se ne sta seduto dentro un van, bianco, tra gli svincoli della Maglianella, di Boccea e di Torrespaccata, le spalle alla strada e il volto verso la macchina da presa, mentre si percorre tutto il Grande Raccordo Anulare. Forse è un gesto d’artista il Gra, duchampiana “macchina celibe  circondata da tante famiglie spurie, il cimitero delle macchine, lo sfasciacarrozze; i trasportatori urbani…”.  Forse “il tondo è qualcosa di grande forza simbolica, continuazione ideale della cupola di San Pietro ma anche del tempietto di San Pietro in Montorio del Bramante”.

In effetti, tutto nasce e tutto muore, e tutto ricomincia nel tempo circolare della natura e della città. Vediamo i nuovi centri commerciali, le case in costruzione di piccoli quartieri che crescono velocemente, rimasugli di prati verdi e poi gialli. Viene in mente quel classico dell’urbanistica, che è “Roma moderna” di Italo Insolera, dove dice che nella capitale il 20 per cento di tutto il costruito è da sempre abusivo. E chissà come si calcola il raggio di questo cerchio nato così, negli anni cinquanta, “senza nessun collegamento”, troppo lontano dal centro per assolvere alla sua funzione di grande spartitraffico, senza uno schema, incrociando a caso strade e deviazioni, perché “gli snodi in cui le consolari attraversano il Gra non hanno motivo di essere, tranne l’assolutezza del cerchio”. Costruito nei primi anni cinquanta, quando ci si sentiva keynesiani e si mettevano le masse a lavorare per scavare buche e tirare giù strade senza interrogarsi sul dove portassero, e qualche volta però portavano nel posto giusto. Inseguendo il miraggio di un evento che avrebbe cambiato tutto, allora erano le Olimpiadi, il 1960. Troppo largo allora, troppo piccolo oggi, a strozzare la città (qualcuno prevede o minaccia o già stigmatizza un nuovo Gra più largo), forse il suo senso è soprattutto quello di lasciare una traccia, soprattutto traccia di sé dell’eponimo ingegner Eugenio Gra, che fu primo presidente dell’Anas e si inventò sia l’anello sia l’acronimo, fatto apposta. Magari sennò si sarebbe chiamato tangenziale, anche se non tange, ma circonda.

I camion sono come calabroni che riforniscono la città e le Smart come formiche che si sono avventurate troppo in là, dai loro quartieri protetti del centro residenziale. “Vengono in mente coincidenze con un passato infantile. Lewis Carroll, chissà cosa sarebbe successo ad Alice se avesse inseguito il Bianconiglio lungo il Grande Raccordo Anulare», dice sempre l’assessore all’effimero, mentre ricorda pure Freud che era stato a Roma e all’inizio si sentiva smarrito, “perché gli sembrava di vedere tutte insieme le presenze dei passati e delle varie epoche della città”. Roma fa sempre uno strano effetto a chi ci arriva da fuori, raccordo o non raccordo. Mi sono sempre chiesto come sarebbe stato crescere a Roma, avere da subito tutte quelle opportunità e quelle strade a disposizione, quei quartieri sconosciuti in cui evadere, quegli autobus coi numeri così grossi eccetera. E tutti quei palazzi poi, scatole sempre aperte sul divenire, infiniti contenitori di vite sconosciute eppure vicine, promesse forse illusorie ma intense. Il Grande Raccordo Anulare, in fondo, è il simbolo di tutto ciò, quel caos allo stato puro meravigliosamente raccontato da Fellini, altro provinciale arrivato un giorno a Roma senza andarsene più, anello che s’ allarga e si stringe, dove tutto gira, si perde, torna. Il tempo della città non conosce la quiete dei bar di provincia, non pascola sul panno verde del biliardo, deve rinnovarsi costantemente, rincorrere qualcosa che sfugge, inseguire in ogni angolo un granello di verità. Fa venire un fiatone, dentro, nell’anima.

Di sicuro questo anello non si deve comprendere, dice Nicolini, ma si deve amare, col suo tragitto che taglia fuori “le enclave dei calciatori della Roma, che abitano vicino alla casa del loro capitano, al Torrino” e poco più in là, “le enclave dei Rom”, “i negozi di lampadari e quelli degli abiti da sposa”, “le torri di Tor Bella Monaca che ora un’architetto spagnolo s’è messo in testa di restaurare, diventa un posto chicchissimo, tipo la Garbatella, vuoi mettere, ma forse gli hanno fatto uno scherzo all’architetto”, tutto sempre sullo stesso piano, come certo humour romano fatto apposta per sdrammatizzare e relativizzare. “E se nasce un figlio lo chiameremo Cuppolone” cantava il Venditti guzzantiano, inchiodato da quell’imitazione al pianoforte mentre cantava le uscite del Gra, una ad una, col Tuttocittà davanti, già passato fuori moda nell’epoca dei navigatori satellitari e telefonici. A un certo punto intravediamo uno sfasciacarrozze: cimitero di lamiere, cataste di macchine che un giorno erano giovani e belle e ora sono vecchie e abbandonate. Erano macchine potenti, promettenti, e ora sono solo catorci inservibili. Nulla dura in eterno, qui sul Raccordo e ovunque. Solo tanti passati. E tanti futuri possibili.

periferie

Luca Di Ciaccio • 5 dicembre 2012


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