Ludik

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Facce a cinque stelle

Interminabili inquadrature fisse, sfondi domestici, salotti, divani a fiori, camini, pensili della cucina, facce male illuminate, canzoni famose per darsi la carica, oppure l’inno del movimento, o almeno il ritornello. Effetti di montaggio col programma software di base nel computer. Finestre che danno su altre finestre, sullo sfondo. Rumori della televisione e di stoviglie, in sottofondo. Parole che si rincorrono, la casta e l’ecosostenibilità, il movimento e le banche. Chi fa il grafico, chi il geometra, chi l’impiegato, chi il project manager, chi è studente, chi l’avvocato però convertito all’equo e solidale. C’è chi racconta storielle, parabole, chi si appella alla fine del mondo dei Maya e chi si addentra nei temi della spiritualità, c’è chi prova a tracciare un destino e chi si perde nel fare la morale. Voci metalliche, imbarazzati silenzi, programmi letti senza enfasi. Molti uomini col pizzetto. Se la prendono con la politica, coi politici, col sistema. Hanno aperto comitati sul territorio, generalmente no-qualcosa. Come se puntando sul dettaglio, sulla buona volontà da “banchetto-firme” e sul racconto spicciolo della battaglia antirifiuti si eliminasse in partenza il male e la complessità del mondo (e della politica). Dobbiamo essere “pratici” dicono, occuparci delle “faccende locali”, non perdere tempo con visioni d’insieme, narrazioni, ideologie. Hanno mogli, mariti, figli, sono emigrati per lavorare, o lavorano nella pizzeria di famiglia pure se laureati. Non si capisce bene cosa vogliono fare, si capisce che hanno voglia di fare.

Osservo i video dei candidati alle primarie su internet del movimento di Beppe Grillo, quello che stando ai sondaggi attuali è il secondo partito d’Italia. Le frasi, le stesse frasi che direbbe Beppe Grillo facendole sembrare verità in procinto di farci saltare tutti in aria e che in bocca a chiunque altro sembrano le banalità che dicono le signore sull’autobus al tempo della crisi (eppure farebbe bene, un sacco di gente, a prendere più autobus e leggere meno editoriali). Le facce che potrebbero essere, in effetti, quelle incontrate stamattina sul tram o quelle dei vicini di casa, e sono probabilmente facce di cittadini, le facce dei futuri onorevoli della Repubblica (anche se loro non si vogliono far chiamare così), gente le cui faccette le vedi dappertutto, lo dice lo stesso Grillo. Ma anche molte facce giovani, ingenue, magari, ma non peggio di tanti che abbiamo già visto all’opera. Bisogna votare chi è come come me, o chi penso possa essere migliore di me? Vecchio equivoco della democrazia, anche ai tempi del web e delle Cinque Stelle. Molti ripetono, forse per autoconvincersi, la lezione sulla “trasparenza”, non applicata però dai vertici del movimento, dai piani alti dove si decide. Molti si definiscono “marea”, “onda”, “rivoluzione pacifica”, alcuni si sentono “collettori di intelligenza collettiva”. Non pochi raccontano del “sacrificio” di candidarsi parlamentari, negano ogni umana ambizione, ogni singolare vanità, ogni umano sollievo da precari di fronte alla prospettiva di un seggio sicuro, tanto hanno giurato e spergiurato che si decurteranno lo stipendio, e poi “siamo tutti uguali, siamo interscambiabili, uno vale l’altro” dicono, però alla fine la frustrazione esce fuori comunque, si sfoga nei mugugni sulle candidature ristrette, i soliti sospetti su chi controlla i controllori, chi fa il doppio gioco e chi decide davvero. Si spera nella rivincita della Rete e della democrazia diretta, si confida nell’illusione che tutto si metterà a posto, basterà cacciare quelli che c’erano prima, poi però ci si insulta tra confratelli su Facebook per questioni spicciole: perché quello si candida pure alle regionali? Ma è vero che i soldi poi andranno tutti a Casaleggio? Bisogna voltare le spalle ai leader e vedere chi li vota, ci dicono sempre quelli che la sanno lunga. Io cerco ancora di capire se dietro la frenesia di cambiare tutto c’è anche rimasta un po’ la voglia di migliorarsi.

Luca Di Ciaccio • 7 dicembre 2012


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