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Cocchetto

L’ultima volta che l’ho visto se n’era uscito tutto di bianco, con un tocco di rosso a ricordare i colori della città e un largo mantello di stoffa azzurra sulle spalle. E mentre da dietro lo vedevo incedere solitario e a passo lento sul ciottolato di via Indipendenza, in mezzo alle lucette e ai tricchetracche di fine anno, col mantello svolazzante, i capelli setolosi sicuramente tinti e le vecchiette dei vicoli che se lo rimiravano, una sciarpa usata un po’ come talismano e un po’ per proteggersi dal freddo e dagli anni, m’era sembrato quasi una Madonna in processione. Come dicono i napoletani, tocca “aprire il cascione”. Cioè rievocare i ricordi, tirarli fuori dalla cassapanca della memorie, del tempo passato. Tutto quel cantare a squarciagola, tutto quel rumore di legno e di chiodi, di tamburelli e di trombette e di zampogne, era il suono dei pomeriggi del 31 dicembre, quando l’anno che veniva era solo un numero a piacere con cui giocare a palla nei sogni da bambino. E potevi passare il giorno, con gli amichetti, a elemosinare strenne cantando canzoncine di poveri pellegrini che venivano, chissà perché, da Casoria e Messina chiedendo una bottiglia di vino, e cantarle ai nonni che le avevano cantate uguali uguali pure loro. Le note di un gruppo vicino si mescolano a quelle di un altro che suona più in là. “O padrò Gaeta dacce nu sciuscio annanze che s’ammoscia dacce quatt fiche moscie…”.

Nino Granata, in arte Cocchetto, me lo ricordo, con le mantelline e le mossette, le nacchere sulla mani e il codino nei capelli, tutti che aspettavano di vederlo nella piazzetta del borgo, “chissà comme s’è cunciato chist’anno”. E’ un tipo po’ strano, si diceva senza mai dire, ma poi arrivava l’ultimo dell’anno e si fermavano tutti a sentirlo, come un oracolo, come un giullare, pronto a cacciare via chissà quali demoni a colpi di gong, di cembali, di tamburi. Faceva il fotografo, da giovane era stato pure calciatore. Per una notte diventava re, e nessuno osava dirgli nulla. Erano le regole della comunità, e facevi presto a capirle: il ruolo a cui aggrapparsi per salvare se stessi, il modo per trasformare la debolezza in una forza, la solitudine in una compagnia. Una volta, una decina d’anni fa, lui candidamente confessò di non avere mai letto un spartito in vita sua: “Allora arrivano questi ragazzi, io gli do la cassetta, loro sentono, la la la la, e ci fanno do, mi re, hai capito? E così mi fanno la musica, le parole ce le metto io”. Non saprei bene come spiegare quelle grida a squarciagola, quegli strani marchingegni di legno e quelle strofe sconclusionate, mentre un nuovo anno si apre e, come al solito, ci si illude che tutto possa rinascere. So che ogni tanto mi viene voglia di rifarlo, tornare lì con un po’ di amici persi di vista e mettermi a cantare.

Luca Di Ciaccio • 19 dicembre 2012


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