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Profezie che non si avverano

Ho ripreso in mano un libro che avevo già studiato all’università. Si chiama “Quando la profezia non si avvera”, ed è uno studio fatto da Leon Festinger, uno tra i più importanti psicologi sociali. Nell’estate del 1954 è andato in una cittadina del Kansas e si è messo a seguire una casalinga di nome Marian che sosteneva di avere ricevuto un messaggio dagli abitanti di un pianeta di una galassia sconosciuta. Secondo questo messaggio un diluvio avrebbe devastato la Terra il 21 dicembre di quell’anno, ma quanti avranno creduto a quel messaggio saranno portati in salvo degli alieni sui loro dischi volanti. Alcuni collaboratori di Festinger si mescolano al gruppo di adepti riuniti in attesa della fine del mondo, e ne osservano le dinamiche psicologiche, prima e dopo il 21 dicembre, quando la profezia non si avvera.

Festinger ne tira fuori una teoria, e la chiama dissonanza cognitiva: quel che accade quando le nostre convinzioni vengono smentite dai fatti ma invece di abbandonarle finiamo per abbracciarle con maggior fervore. La profezia non si avvera, le promesse non sono mantenute, le rivoluzioni agognate diventano null’altro che la versione corretta del vecchio regime, le presunte bibbie si rivelano per quello che sono, carta straccia, il profeta è scappato via con la cassa. Però fare le valigie e tornare da dove si era venuti non si può. E’ troppo tardi. I più distaccati si costruiscono degli alibi: non sono loro a essere cambiati, è il mondo attorno. Gli altri, i più coinvolti, non si arrendono, continuano a fare proselitismo, resistono nel bunker delle loro idee, da dove mettere ordine nel caos. Non era proprio questo che cercavano? Dietro il paravento della ricerca di sé si nasconde l’incapacità di accettare la propria vita. Dietro la volontà di sperare sempre e comunque in qualcosa di meglio, c’è il desiderio di avere una parola d’ordine da ripetere, e un fine per giustificare i propri scarsi mezzi. Sennò perché continuare la commedia? Perché non riprendere quella della vita quotidiana, dei mille impegni che sanciscono la resa alla ricerca di un Senso che non c’è? Come i replicanti di Blade Runner vorremmo (forse) guardarci i palmi delle mani o le piante dei piedi e trovarci la data di scadenza.

Luca Di Ciaccio • 21 dicembre 2012


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