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Dopo la vigilia

Come ogni anno il Natale si è fatto attendere con tutto il suo armamentario di simulazioni, lucine, neve finta nelle vetrine dei negozi, decorazioni di dubbio gusto, buone intenzioni, auguri da scambiarsi come se non ci fosse un domani, pubblicità mielose, negozi aperti la domenica, regali e pensieri, coazione al superfluo e una strana voglia di fare. Non lo nascondo: mi piace il presepe. Mi piace la ritualità di queste cerimonie stagionali e collettive, che si tratti del Natale, oppure delle uova di Pasqua a Pasqua, delle code sulla Salerno – Reggio Calabria d’estate, delle cronache sulle dita mozzate a Capodanno, del montaggio e smontaggio dei seggi quando ci sono le elezioni. Probabilmente in qualche piega del mio cervello sono ricevuti come segnali di sicurezza del mondo. Li assumo, li digerisco, mi rendono sazio, contento e vagamente nauseato.

Alla fine, col Natale, tutta l’autostrada di attese e di recite ti trascina per un periodo di lunghe e crescenti settimane d’avvento fino alla vigilia, portandoti su un soffice strato di rassicurazione, come un chicco d’uvetta al sicuro nel suo panettone, e tutto quand’arriva il 24 dicembre converge in una strettoia, di una notte e di un giorno, di una cena e di un pranzo, dove fare passare tutti insieme gli affetti, le memorie comuni, le mancanze, gli obblighi, le inimicizie, le ipocrisie. Le carte strappate dei regali le guardiamo quasi fossero le memorie di quando eravamo bambini e credevamo a Babbo Natale. Come ogni anno l’attesa di una lunga vigilia si esaurisce spiaggiata su un divano, nel ritrovarsi così pochi e così stretti, così lontani e così familiari, nella sensazione di essere qui per forza e insieme di non volere essere da nessuna altra parte.

natale

Luca Di Ciaccio • 26 dicembre 2012


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