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Le edicole dei morti

Nelle strade e nei vicoli di Napoli, ai Quartieri Spagnoli, a Forcella, alla Sanità, al Cavone, tra un negozio e l’altro, tra un portone e l’altro, spuntano edicole votive di alluminio e vetro, costruite come verande abusive, o come stanze ricavate tra i muri della città, in mezzo alla strada. Sono altari con sopra lumini, qualche fiore, ogni tanto un gagliardetto del Napoli, una Madonna dallo sguardo triste ma sempre pronto a perdonare, un volto santo che non  giudica, molti Padre Pio e pochi San Gennaro, un crocifisso d’argento massiccio, cornici pesantissime con dentro foto di defunti, foto di ragazzi, addirittura ragazzini, si dice morti ammazzati. Sono come altari ai caduti di una guerra che nessuno vede. Ci sono morti uccisi di camorra, ma anche morti in incidenti, in delitti comuni, forse passionali. E’ una specie di Spoon River vicino ai bassi, lungo le strade, le salite. In una città che non sa a che santo votarsi, o che ne ha troppi. Edicole dedicate a un morto ospitano altri morti. Il defunto più giovane o ucciso in maniera più tragica ha la foto più grande. Tutte appartengono all’immenso purgatorio di Napoli, luogo di transizione dove ogni peccato non è mai definitivo, e ogni peccatore ha qualche favore da scambiare e da chiedere.

Roberto Saviano ha scritto una volta che lui, pur capendone spesso la scempio e perfino la pericolosità, non riusciva ad averne un’impressione soltanto negativa. “La morte, soprattutto se violenta – scriveva – è una presenza quasi normale nella quotidianità di questa parte di mondo. Una città che si riempie di edicole a ricordo di giovani morti, una città piena di morti ammazzati, è una città dolente, è una città che non si vuole liberare e non riesce a liberarsi dal dolore inevitabile, dalla tragedia necessaria, dal fatalismo della morte”. Come si dice da queste parti, c’è chi non riposa nemmeno da morto.

cimiterinapoli

Luca Di Ciaccio • 9 gennaio 2013


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