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Un chilo di share, un chilo di voti

Avvertivo, fin dalle prime ore del pomeriggio, palpabile, l’attesa dell’evento, del match, del derby, e insieme il disagio di chi pensava di essersi liberato da un vecchio istinto, da un insano desiderio e invece se lo sente ancora addosso, e sa che dovrà farci i conti. Avrei dovuto preferire la lettura di un romanzo, o un dibattito con un politico serio che parla di cose serie sull’altro canale, o un mazzo di slide del governo tecnico che conteggiasse il numero di passi che ancora ci separano dal baratro, avrei dovuto rimpiangere l’occasione perduta di una rottamazione generazionale, o almeno di un fact checking decente. E invece, ero anche io – come tutti – ad aspettare frenetico la puntata in diretta tv di Michele Santoro con Silvio Berlusconi, ancora disprezzandolo e ancora eccitandomi, mi mancavano solo i popcorn, ad aspettare che tra tricoteuse e zoccolone di regime arrivasse Lui, già sapendo che sarebbe stato il più bravo, che alla fine avrebbe preso la macchina del supplizio e l’avrebbe rovesciata addosso ai suoi aguzzini.

Era tutto nel copione. Ritrovarsi in un ring, coi riflettori puntati addosso. Come due vecchi comici, che non inventano più niente di nuovo, che non ridono più, che sono lì a rassicurare il loro pubblico. Granada di Claudio Villa come sigla di testa. Un lungo sorriso, poi un altro. Nel nostro mondo dire auguri non porta bene, nel nostro mondo. Ma le sembra che sono arrabbiato? Mi sto divertendo. Un processino piccolo. L’Italia che non è governabile, voi però votatemi per governarla. Ma siamo a Zelig? No, lei è Zelig. Una lettera che si ritorce contro a chi la aveva inviata, affrancandola col livore. Travaglio e Berlusconi si scambiano gentilmente il posto su invito di Santoro. Io sono il suo core business. Lo lasci lì che lo guardo in faccia. Va bene, lo sappiamo che secondo lei i giudici sono comunisti. Mamme licenziate mignotte assunte, striscione da un servizio esterno sui lavoratori Mediaset che rischiano il posto. E che ci volete fare, sono nonno per la settima volta. Lei qui è il leader, è lei che guadagna. Questo non era negli accordi, voce dal sen fuggita. Il sorriso impunito davanti a una bugia. Ragazzi, non fatevi infinocchiare. Lo sbrocco dell’ultimo quarto d’ora, per difendere lo show mica la verità. Infine lui che dice: “Io sono stato votato da 10 milioni di persone, tutti coglioni?” Il pubblico che esplode: “Sììì”. Ed è così che i milioni di voti li ha sempre raddoppiati. Specchio, specchio delle loro brame: io ti do un chilo di share, tu mi dai un chilo di voti.

Quanto senso scenico, quanta cialtroneria, quanti anni perduti, tutti in uno studio televisivo. Forse ha ragione Vittorio Zambardino quando scrive che “voi desiderate il vecchio, lo confermate col vostro telecomando, voi le tenete in piedi con il vostro tifo sgangherato”. Sarà che i fanatismi si tengono l’uno all’altro, come i fantasmi: ogni opposizione ha bisogno del suo bersaglio per poter continuare a vivere, ogni fazione necessita del nemico per trovare la sua ragione di esistere, ogni spettacolo in crisi vuole a tutti i costi recuperare i suoi cavalli di battaglia. Perché poi alla fine il populismo è uno solo. Ma noi, intanto, stiamo lì a guardarli. Ad aspettarli. A credere di avere capito tutto. A cavarcela ridacchiando. M’è venuto in mente un vecchio film, c’era Carlo Delle Piane si finge vecchio, imbranato, pollo nelle partite al tavolo da poker, fino all’ultima, vera mano. Mi pare s’intitolasse “Regalo di Natale”.

Luca Di Ciaccio • 11 gennaio 2013


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