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Quegli ebrei clandestini nel porto di Gaeta

L’ultima nave di una flotta senza bandiera partì in una notte di maggio del 1948, dal golfo di Gaeta. Quella volta i libri di bordo non vennero nascosti, né ci fu bisogno di ribattezzare l’imbarcazione e oscurare il segnale radio, forse stavolta la guerra era davvero finita e, almeno per i fuggiaschi nascosti nelle stive, la terra promessa aveva un nome. Lo Stato di Israele era stato appena proclamato, e prima di loro già decine di migliaia di ebrei avevano lasciato l’Europa, ancora distrutta dalla seconda guerra mondiale, per andarsene lì, a inseguire un sogno che presto avrebbe portato altre guerre, altro sangue. Ma intanto partivano, lontano dagli incubi di una guerra finita ovunque tranne che dentro di loro.

Racconterà don Paolo Capobianco, prete in Gaeta: “Si vedevano all’imbrunire frotte di persone, le quali, sparute in volto, con sacchi, fagotti e valigie, presso la porta Carlo III, invece di entrare nella città murata, attraverso un’aiuola incolta, scendevano dai cantieri navali, e camminando sotto le mura arrivavano alla banchina, dove erano in attesa battelli pronti a trasportarle sotto bordo ai velieri per imbarcarle senza dare troppo nell’occhio dei curiosi”. Pare di vederla questa gente sospettosa, che camminava in fila indiana per non farsi notare, negli occhi ancora l’incubo dei rastrellamenti, dei campi di concentramento, delle soffitte in cui nascondersi. Fuggivano, aggrappandosi a quelle stesse mura appese sul mare, dove da sempre partivano gli sconfitti: papi dogmatici e giovani re di Spagna, prigionieri politici e perfino – appena pochi anni prima, in un mattino d’estate – il Duce del fascismo appena caduto. All’alba di un giorno ignoto la fuga accomuna tutti, sovrani e uomini del popolo, vittime e carnefici, persecutori di un giorno e perseguitati di un altro giorno, come tante maledizioni che si inseguono lungo i saliscendi della storia.

Dietro le finestre storte, dietro le loro case ancora rotte dalle bombe, molti occhi guardavano e non parlavano. Scriverà Ada Sereni, colei che tra il ’45 e il ’48 coordinò l’immigrazione clandestina ebraica verso Israele, nel libro “I clandestini del mare”: “Tutta la bella contrada attorno aveva sofferto orribili distruzioni al tempo della guerra e la cittadina che si affaccia sulla baia, una volta ridente e prospera, era ridotta a un villaggio semidistrutto, triste e misero. Per la popolazione locale, affamata e disoccupata, il nostro lavoro fu una benedizione. Tutto il problema degli ebrei, degli arabi e degli inglesi era loro del tutto sconosciuto; il lavoro che si presentava per decine e decine di operai era l’unica cosa che li interessasse”. Chi vede passare la storia sotto il naso ricorda tutto, ma vorrebbe dimenticare. Appena potranno, i gaetani, le faranno saltare in aria quelle vecchie mura della fortezza, come chi in un mattino di sole non voglia fare altro che lavarsi la faccia.

Le partenze degli emigranti ebrei per Israele dal golfo di Gaeta cominciarono nella seconda metà del 1947, e andarono avanti per quasi un anno. Alcune navi partirono dal molo di Gaeta, all’incirca dove oggi c’è la base militare americana, altre dall’altra estremità del golfo, verso Gianola di Formia. Avvenivano in segreto, tra l’Inghilterra che per via dei suoi possedimenti in Palestina era contraria e il movimento sionista internazionale che, dopo la mortale ferita dell’olocausto nazista, voleva occupare quelle terre e cogliere l’occasione storica di esaudire la profezia biblica della terra promessa d’Israele. Quella terra ancora oggi così travagliata. Il governo italiano, e gli alleati americani, chiudevano un occhio. Ma le centinaia di persone che arrivavano alla spiaggia, in attesa di un battello, destavano curiosità e chiacchiere. Non bastava nasconderle sotto ai teloni, in furgoni che procedevano a fari spenti nella notte, lungo il vecchio Corso Attico affacciato sul mare. Bisognava cambiare città, cambiare porto. Spesso le barche non arrivavano o non c’era posto per tutti, molti profughi si disperavano, altri si arrabbiavano, tutti temevano di perdere quella che per loro pareva l’occasione della vita. Una notte una di queste navi, l’Esmeralda, in mezzo a un nebbione che non faceva vedere nulla, andò a sbattere contro le vecchie mura della fortezza di Gaeta. Alla nave non accadde nulla, il muro invece crollò.

Oggi se uno dice “clandestini del mare” vengono in mentre altre facce e altre storie di migranti, sempre affidate al mare, in un viaggio fatto all’incontrario, dove i nostri lidi sono l’approdo e non più la partenza. “Nel bel golfo di Gaeta – ricordava Ada Sereni – tranquillo, sicuro ed eternamente riparato dai venti, il mare si increspa appena, anche quando fuori spira vento di tempesta”. In questa Giornata della Memoria una targa del Comune, lì sul moderno lungomare, ricorderà questo frammento di storia poco conosciuto. E si faranno dei discorsi giusti sulla necessità della memoria, e forse qualcuno avanzerà obiezioni sulla questione palestinese, sugli oppressi che a loro dire diventano oppressori. E ci sarà da pensare all’ingenuità terribile del “mai più”, mentre è invece “ancora sempre”,  perché la storia ci riserva sempre l’occasione di essere ora sommersi, ora salvati.

Luca Di Ciaccio • 27 gennaio 2013


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