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Passeggiando per Toledo

A Napoli ci sono delle stazioni della metropolitana bellissime, davvero. A via Toledo ce n’è una meravigliosa, mentre sali le scale mobili sembra di nuotare in un acquario, sembra di salire in un cratere che parte dalle profondità marine e arriva fin dentro un cielo rosso fuoco. L’hanno inaugurata meno di un anno e un giornale inglese ha pure detto che è la stazione di metropolitana più bella del mondo, e se lo dicono gli inglesi. L’ha progettata l’architetto spagnolo Oscar Tusquets Blanco, ma anche il resto della nuova linea metropolitana di Napoli è così. Le hanno chiamate “le stazioni dell’arte”. Certo, ci hanno messo anni di ritardo per realizzarle, con problemi di fattibilità che emergevano sempre in corso d’opera, e ci sono ancora alcune stazioni che non si sa quando apriranno. Però adesso se vai a Materdei scendi dai vagoni e ti sembra di stare in un museo di arte contemporanea. Se scendi a Salvator Rosa trovi dei palazzi storti disegnati da Mimmo Paladino e delle cinquecento arrugginite parcheggiate in banchina. Se scendi a Mergellina viaggi su un ascensore obliquo in mezzo a mosaici che sembrano nuvole. Se arrivi a Vanvitelli ti trovi davanti dei neon e delle bocche di luce che nemmeno in un locale notturno nordeuropeo.

Però sei a Napoli. Questo è il bello, questo è il brutto. Alcune stazioni, proprio quella di via Toledo per esempio, non sono segnalate. Se sai dove scendere per prendere il treno che ti ci porta, bene, sennò l’unica cosa che ti resta da fare è chiedere, o procedere per tentativi. Non un cartello, un’indicazione, neppure attaccata con lo scotch sui pannelli che indicano il percorso e le fermate, non un display luminoso a segnalare come si arrivi alla stazione Toledo, la più bella d’Europa. Neppure all’esterno, sulla strada. Dentro i vagoni le segnalazioni degli altoparlanti e le tabelle sulle pareti si contraddicono, e tra i viaggiatori ci si scambiano occhiate di fatalismo, “arriverà a Toledo questo treno?”, “e chi lo sa, vediamo qual è la prossima”. Oppure vorresti pagare il biglietto, una volta tanto che hanno messo degli inflessibili tornelli, in una stazione così nuova e così bella ti viene pure la voglia di pagarlo un biglietto, poi scopri che c’è una sola macchinetta per i biglietti, dove si possono inserire solo monete e che non dà resto, di biglietterie aperte neanche l’ombra, e allora tocca risalire in superficie, sperare di trovare un tabaccaio aperto in un vicolo che porta ai quartieri spagnoli. Sarà che queste stazioni sono così belle, così artistiche, che i treni e la loro circolazione devono sembrare come un di più, quasi un incomodo.

Evidentemente a Napoli funziona così, e forse nemmeno solo a Napoli: hai un gioiello? Lo butti nel dimenticatoio, che poi magari lì diventa spazzatura, sennò non vale. Tanto quando si parla di Napoli viene sempre fuori tutto l’immaginario tipico e consolatorio: hanno l’arte di arrangiarsi, sono creativi, simpatici, e poi anche se l’autobus non passa vuoi mettere la bella giornata di sole. Però poi ci si accorge che la creatività e la teatralità non bastano per amministrare una città, o per andare a lavoro, ammesso di avercene uno, se la corriera non passa. Ci ripensavo oggi, mentre leggevo le notizie degli autobus napoletani che si sono fermati all’improvviso, perché erano finiti i soldi per il gasolio, con la stessa sgomenta sorpresa con cui uno si sveglia la mattina, entra in cucina e scopre che è finito il caffè (“e mo’ come facciamo? spiliamo il ciclér?”). Una bellissima stazione dove non passano treni, un futuro sempre in ritardo, Napoli (e l’Italia, poco a poco) sembra proprio così.

metropolitanamezzi di trasportonapoli

Luca Di Ciaccio • 30 gennaio 2013


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