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È una cosa pazzesca

L’ululato di Beppe Grillo risuona per tutto il corso, “è una cosa pazzesca, è una cosa pazzescaaa”, la voce roca e inconfondibile la sento mentre esco dal barbiere, in questo sabato di inverno carico di nuvole, cattive tentazioni e pensieri che non condivido, già sto a chiedermi che ci faccia Beppe Grillo quaggiù in provincia, nel paesone di fronte al mare, se proprio non ha altre piazze più importanti in cui andare a fare campagna elettorale, se davvero è l’unico che ha il coraggio di girarsele le piazze. Mi avvicino, supero il capannello di curiosi tra l’edicola e il cinema, la bandiera con le cinque stelle come quella di un albergo e la voce del leader che sento è quella che arriva dalle casse di uno stereo, messe lì ad amplificare un computer portatile sotto un gazebo. Sono tutti che fissano questo piccolo schermo, dentro c’è il viso alternato di un uomo simpatico che non fa che evocare catastrofi, una figurina che si agita e corre, respiro pesante e sciarpa al collo, avanti e indietro su un palco, davanti alle sagome di una folla che dentro lo schermo si immagina enorme. Comizio in streaming, mi dicono, moderno no? Sarà la democrazia della Rete il nuovo che avanza, penso, ma a vederlo da qui sembra la televisione. Tutti in silenzio ad ascoltare qualche invettiva o proposta di bombardamento contro la “casta” che probabilmente hanno votato fino a non molto tempo fa. Grillo, nello schermo, conosce tutti i segreti della scena, per intercettare uno spettatore o un passato e oramai un potenziale elettore, sa come muoversi, quando fermarsi sull’orlo di una pausa, quando chiamare la risposta o la risata, il coro di rabbia o l’applauso. In bocca a un comico non esiste il ridicolo.

Delio è l’unica faccia che conosco in mezzo a questi compaesani a cinque stelle perché qualche anno fa faceva l’assessore con un partito di sinistra radicale, una vita da operaio e da sindacalista, tutt’altro che qualunquista. Ora ora lo ritrovo qui coi grillini, “ma non sa quanta fatica nel farmi accettare, nel dimostrare che non ero lì per cambiare casacca ma solo perché ero stufo di indossarne una”. Le altre facce, ai miei occhi, sono così comuni da risultarmi aliene. Ci sono molti giovani, ma anche qualche chioma imbiancata da molti voti e, si presume, molte delusioni. Non ci sono le facce conosciute, quelle che vedo sempre nei comizi, quelli che riempiono le listarelle delle comunali o il bar sotto il Municipio. Parecchi di loro, prima di questa esperienza, non avevano mai fatto politica: non erano attratti da “quella” politica. Non andavano neppure a votare, come in molte regioni d’Italia fa quasi la metà dei cittadini. Non si riconoscevano nella proposta dei partiti tradizionali. Per molte buone ragioni, in effetti. La sera in tv guardavano i programmi dell’indignazione pagati dagli inserzionisti del potere, il marcio giustamente denunciato dai vice-gabibbi di corsa nelle strade e dai freelance con la telecamerina accesa di nascosto negli uffici di un ministero. Adesso me li vedo qui, qualcuno ha negli occhi la stessa dolce vampa di un testimone di Geova che ti bussi alle nove di una domenica mattina, qualcun’altro in cuor suo sa già che l’arrivo nelle aule del parlamento sarà la fine di un’illusione e l’inizio di un nuovo risentimento.

Al comizio che le casse rimbombano in streaming da chissà quale piazza Grillo se lo dice solo, e ammicca alla folla complice: “Populista! Demagogo! Ditemelo tutti in coro!” . Qualche metro più, a un banchetto, dei ragazzi dei Giovani Democratici raccolgono firme per istituire un centro di aggregazione giovanile in città, hanno facce un po’ depresse dalla concorrenza ma abbastanza motivate per stare lì al freddo a volantinare, “è facile fare politica come fanno loro – mi dicono – monti il gazebo, attacchi le casse e il computer e hai risolto mentre il tuo leader incensa le masse con proposte improbabili, e noi qui a raccogliere firme e volantinare”. Penso che nel nostro paese è sempre stato poco chiara la differenza tra parlare al popolo e parlare da populisti, e al popolo è rimasto in mano appena un telecomando. Adesso ai comizi di Grillo è come andare gratis a uno spettacolo per cui s’era sempre pagato il biglietto, in fondo fino a un paio d’anni fa Grillo era l’unico politico per i cui comizi la gente pagava il biglietto, tante volte accade il contrario. I cittadini, con le braccia conserte ai lati delle piazze fredde e affollate, ridono ma poi va a sapere se si fideranno di mettere le chiavi del paese in mano a uno che urla la sua rabbia come tanti di noi la mattina sotto la doccia, prima di nascondere l’ansia sotto il loden, prima di indossare un sorriso da televenditore, prima di proteggersi con una sciarpa progressista. Quando Grillo comincia a parlare di speranza che qualcosa cambi, perché è l’intenzione che crea la realtà nuova, un ragazza applaude anche lei. Era una scettica di sinistra. E’ un altro voto conquistato. Tra pochi giorni ci chiederemo come è potuto accadere. Ma forse è da molti anni che abbiamo già la risposta.

Luca Di Ciaccio • 7 febbraio 2013


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