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Le dimissioni del Papa

Volevo andare in piazza San Pietro a guardare, ma avevo impegni di lavoro, non riuscivo a staccarmi né dai miei doveri né dal mio stupore, che in fondo era l’ultimo stupore che ancora mi mancava, quello che fa crollare le frasi fatte dette agli amici quando si lasciano – dai, morto un papa se ne fa un altro – quello che fa pensare che il panorama da certe finestre non possa cambiare mai. Pensavo anche io alcune cose e poi altre, tutte opposte: tipo che non si fa così, un papa non si dimette come nemmeno Gesù Cristo poteva scendere dalla croce, me lo dissero al catechismo e anche in televisione quando c’era il papa di prima, la morte è un accidente che sta nelle cose, le dimissioni invece no, cosa sarà questo slancio impiegatizio, questo anelito alla pensione, quest’ammissione di debolezza così scandalosa e dunque così rivoluzionaria, un uomo stanco e vecchio che comunica di sentirsi vecchio e stanco, e allora pensavo che ci vuole forza a lasciare più di quanta ce ne voglia a restare, ci vuole coraggio nel trovare il barlume di una razionalità in mezzo a tanta fede, il coraggio che pensavamo mancasse a un pontefice poco bravo a stupire in un mondo che chiede ogni quarto d’ora di essere stupito, l’uomo che ha passato la vita a combattere il relativismo ha infine relativizzato se stesso, perché da oggi il sacro è più umano e l’umano è ancora lì, con le sue contraddizioni, di fronte alla fissità dell’eterno, di fronte all’angoscia di una tentazione che è sempre quella di scegliere il meglio per sé, di ribellarsi alla volontà di Dio che per la Chiesa è anche quella che porta un uomo a stare dove non vuole, a sopportare quello che non farebbe, a capire quello che non potrà mai sapere. Ho pensato questo e molto ancora, senza credere e senza non credere, mentre facevo altro e non potevo andarmene in piazza San Pietro per guardare quella finestra vuota, quell’aria sospesa di sconcerto che mi sono immaginato, come in quel film di Nanni Moretti. Era un film sul vuoto del potere, sulla crisi della leadership. “Non sono tra coloro che possono condurre, ma tra quelli che devono essere condotti”, diceva il protagonista, sulla loggia della basilica, prima di lasciare. I padri non muoiono più, nemmeno si ha più il coraggio di ucciderli, a volte solo loro che si dimettono.

Mi sono ricordato di un racconto dello scrittore (cattolico) Graham Greene: lui immagina che dopo una persecuzione al mondo sia rimasto un solo cristiano, il papa. Un vecchio che non ricorda nulla del suo passato e che viene trascinato davanti al plotone d’esecuzione. Ma quando viene fucilato alza un bicchiere di vino e saluta i suoi aguzzini in una lingua ormai incomprensibile: «Corpus domini nostri…». Il balcone è vuoto. La guida abbandona e se ne va. Nessun uomo al mondo, che abbia pensato di farsi ombra, era mai stato così al centro della luce – dei riflettori mediatici, della Parola di cui era custode. E poi invece poche ore dopo pioveva, cadevano saette dritte sul Cupolone, fulmini fatti apposta per la nostra voglia di trovare un filo conduttore agli eventi, anche se ridicolo e irrazionale, per la nostra smania di far piazzare i titoli ai giornali e la battute ai social network, mentre stiamo ancora a chiederci se Dio lo sapeva di queste dimissioni o se è rimasto sorpreso anche lui.

conclave 13paparatzinger

Luca Di Ciaccio • 12 febbraio 2013


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