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Il trentesimo anno

“Di uno che entra nel suo trentesimo anno non si smetterà di dire che è giovane. Ma lui, benché non riesca a scoprire in se stesso alcun mutamento, non ne è più così sicuro”. Il racconto di Ingeborg Bachmann che si chiama “Il trentesimo anno” comincia così, e in genere te lo fanno leggere quando stai per compiere trent’anni. Nessuno è mai rimasto deluso da questo libro, anzi tutti ne diventano fedeli devoti e a loro volta lo regalano agli amici, generalmente quando stanno per compiere anche loro trent’anni. Si intuisce la massa scomposta e bollente di nobili intenzioni, scoramenti profondi, desideri irrefrenabili, rabbie violentissime che grava sull’anima sbandata di un trentenne. Poterlo avere, un euro per ogni volta che ho sentito un trentenne lamentare quanto si sentiva vecchio.

Tutto dovrebbe trovare una forma, una lingua chiara e precisa, ed è solo balbettamento, parole che scappano in mille direzioni opposte e infine in un silenzio allarmato. Ci si arrovella attorno a domande, si continua a posporre la data di scadenza, a rinnovare contratti. Andare all’estero o restare in Italia? Accettare un lavoro purchessia o continuare a cercare? Sposarsi o provare prima una convivenza? Aprire il pozzo senza fondo di un mutuo o impiccarsi a un affitto? Fare un figlio o rimandare a tempi magari migliori? I vent’anni sono corsi via, carichi di voglie che un tempo inquieto avrebbero reso disillusioni o trascorsi. L’incertezza non è solo quella per un contesto sociale che dipende zero da noi, ma consiste nel dubbio tagliente sulle conseguenze delle nostre scelte. Che fare? Cosa rischiare? Qual è decisione giusta?

Il trentenne del libro sogna di svanire dentro una vita comune, ripetitiva, anonima, ma ormai è stato sfiorato dall’ala dell’assoluto, e in nessun luogo può fare casa, trovare pace. Vaga tra Vienna e Roma, sfugge i vecchi amici, le solite abitudini, è feroce con le donne e con se stesso, e pensa, pensa ininterrottamente al suo destino. Alla fine, scampato per miracolo a un pauroso incidente stradale, scoprirà che la vita prevede solo una possibilità: vivere, andare avanti, avere compassione. Noialtri trentenni che non ci fidiamo delle date e dei compleanni, condannati a un impossibile attivismo, riusciamo a assaporare un fantasmatico spirito di libertà solo quando perdiamo tempo, cliccando da un sito all’altro, aprendo e chiudendo qualche fotogallery, aggiornando lo status su facebook, chattando con un qualcuno che non abbiamo mai visto in faccia. Oppure addirittura non facendo nulla, gustando appena lo spleen di una torta al limone di uno che ha fatto il compleanno e voleva a tutti i costi festeggiare.

Luca Di Ciaccio • 13 febbraio 2013


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