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Sarà quel che sarà (la gaetana che vinse Sanremo)

Probabilmente il mio primo festival di Sanremo lo sentii da dentro la pancia di mia madre. In stereofonia nelle zone già raggiunte da questo servizio, dicevano all’epoca le signorine buonasera, e io non credo fossi compreso. Mia madre oggi smentisce imprinting così impegnativi, cosa vuoi che mi ricordi figlio mio, a me il festival m’ha sempre annoiato e poi c’eri tu che non ti decidevi a nascere. In effetti io ebbi l’accortezza di aspettare ancora una decina di giorni, in tempo per il prime-time di un lunedì sera a metà febbraio, col taglio cesareo nelle zone già raggiunte da questo servizio, e così non feci in tempo a godermi l’evento epocale di quell’edizione 1983 (presentavano Andrea Giordana, Isabel Russinova, Emanuela Falcetti e Anna Pettinelli): la vittoria di una mia concittadina a Sanremo, Tiziana Rivale, all’anagrafe Letizia Oliva da Gaeta.

I filmati dell’epoca la immortalano sul palco dell’Ariston con la camicia bianca stropicciata, il papillon nero e l’acconciatura un po’ ingenua da ragazzina yuppie, che finora s’è divisa tra un tour per le discoteche del nord-Europa e una tournée estiva con Gino Bramieri. Era il suo unico abito, e non per una scelta di stile: non pensava di arrivare in finale. Stringe i pugni attorno al microfono e quasi non ci crede di avere vinto il festival di Sanremo. Nel parterre non ci sono fotografi a testimoniare l’evento: stanno in sciopero. Le vallette e le altre classificate al lato del palco, protette da capigliature cotonatissime e spalline rigide, non celano sguardi scettici e sorrisi di circostanza, l’aria di chiedersi: e questa da dove viene? E dove crede di andare? Eppure cantava “se anche l’acqua poi andasse all’insù, ci crederei perché ci credi anche tu”. La canzone si chiama “Sarà quel che sarà” e non è nemmeno male. Lei la canta con buon mestiere, senza sbavature. Trama del brano (da “Almanacco illustrato del Festival di Sanremo” di Eddy Anselmi): “Quando l’amore c’è si può lasciare strada al fatalismo. Se anche il mondo crollasse e la gravità si invertisse, ci sarebbe sempre il sentimento. Senza fare troppi programmi, vivendo alla giornata, oggi come tra qualche anno, con una frase fatta di quelle che funzionano sempre”.

Il compositore Maurizio Fabrizio, uno degli autori più affermati della canzone italiana, era il primo a crederci poco: “La Rivale arrivò a Sanremo come vincitrice di un concorso di Domenica In condotto da Toto Cutugno. Il mio editore mi chiese di comporre un brano per lei, che non conoscevo. Le mie note furono accompagnate dalle parole di Roberto Ferri. La sera della premiazione ero a cena con Toquinho quando la tv informò me e l’Italia della vincitrice: proprio lei, Tiziana Rivale, con la nostra Sarà quel che sarà. Corsi al teatro Ariston, mi complimentai con Tiziana, le strinsi la mano e, incredibile a dirsi, non l’ho più rivista. Il mondo della canzone ti dà anche queste tristi sorprese”. Oggi le memorie nazionalpopolari si accavallano, viene facile confondersi con “Che sarà”, le parole in coro dei Ricchi & Poveri di qualche anno prima sembrano descrivere anche il momento di gloria di Tiziana Rivale: “che sarà, che sarà della mia vita chi lo sa, so far tutto o forse niente,  da domani si vedrà, e sarà sarà quel che sarà”. E pensare che in quell’anno gareggiavano pietre miliari come “Vacanze romane” dei Matia Bazar, “Vita spericolata” di Vasco Rossi, “L’italiano” di Toto Cutugno. C’erano ospiti come Peter Gabriel (che volteggiò appeso a una fune in platea e si mise a camminare sulle poltroncine degli spettatori, perplessi ed entusiasti) o come Roberto Benigni (che prese in giro tra gli applausi e le risate del pubblico il presidente del consiglio Amintore Fanfani, “Fanfani è intelligente! Mi sembra anche alto!”). Sanremo lo guardavano pure i russi, poveretti, stufi del comunismo. Nelle prime file dell’Ariston, ricordava tempo fa Antonio Ricci, “c’era sempre un campionario di facce patibolari, individui che con evidenza più che a Sanremo erano fedeli devoti di San Vittore. Si parlava di tangenti, assegni, mazzette, il marchese Gerini sventolava le fotocopie degli assegnati versati dagli organizzatori ai politici, si ipotizzava la spartizione democristiana, vincere era importantissimo, si vendevano i dischi e partivano le tournée per tutta Italia, feste patronali comprese”.

Invece quando vinse Tiziana Rivale, raccontano le cronache dell’epoca, qualcuno arrivò ad esclamare: “Era meglio quando il festival era truccato”. L’anno prima infatti era successo un casino, Claudio Villa aveva detto che le votazioni erano un imbroglio, era andato perfino in Pretura a Sanremo a fare una denuncia, chiese di avere i verbali e sospendere il festival, per la rabbia spaccò un tavolo con un pugno. Ah sì, volete la democrazia? E tenetevela, avrà pensato il patron Ravera. Voi pensate che il popolo sia in grado di scegliere da solo, che riesca a ragionare e non prendere abbagli, voi vi illudete che al momento del voto la maggioranza non si faccia incantare dalla fregola del nuovo, del salto nel buio, voi ancora pensate che il popolo abbia la vista lunga per decidere cosa è meglio per se stesso, e allora tenetevi Tiziana Rivale, poveretta, che non ha neanche il 33 giri pronto. Tiziana Rivale invece non tornò mai più al festival, vendette pochi dischi, cantò in qualche tournée in Giappone, fece capolino in qualche programma televisivo, e sicuramente sarà ancora convinta che è proprio la democrazia che non basta a cambiare le cose, puoi vincere il festival più importante ma se non hai le spalle coperte dai poteri forti non sei nessuno, ti lasciano sola contro tutti, non ti stampano nemmeno il 33 giri per cavalcare l’onda del successo e poi cercano di convincere il popolo che ha fatto un azzardo a scegliere con la propria testa, che è meglio votare l’usato sicuro, magari con le schedine del Totip, con 30 milioni ti compri 100mila voti.

Sarà quel che sarà, ma la povera miracolata Tiziana Rivale non fu bene accolta nemmeno a Gaeta. I gaetani se la presero a morte quando lei, forse per un fraintendimento dei giornali, al momento della vittoria si fece passare per formiana, se non addirittura per cittadina di Latina. Oggi, che sono passati trent’anni, non se la ricorda quasi nessuno. Alla festa del santo patrono, dove non hanno mai i soldi per invitare grossi nomi e ripiegano sempre su cantanti e complessi un po’ di seconda fila, pochi anni fa invitarono perfino i Jalisse e non lei. Un insuccesso che tutti ricordano, loro lo sanno, può essere meglio di un successo presto dimenticato. Io dovevo ancora, ma per poco, nascere per imparare quanto possono essere permalosi i miei compaesani, nemmeno se vinci Sanremo ti perdonano.

sanremo

Luca Di Ciaccio • 16 febbraio 2013


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