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La grande rinuncia

Il papa se ne va ma non muore. Tra il colonnato muto e gli applausi smarriti della piazza, al penultimo Angelus, il papa che non è più papa sembra a tutti rilassato, come libero da un peso troppo grande per le sue spalle: “Continuate a pregare per me, per la chiesa e per il futuro papa”. Ma il Papa che si dimette lascia i fedeli senza il momento più commovente della chiesa cattolica, quello della morte del papa. Arriva dopo qualche tempo l’annunzio del nuovo Papa, atteso ed emozionante come il fumo bianco da un comignolo, ma spetta al futuro, è una promessa, e dev’essere un risarcimento al dolore per la perdita del predecessore, che si conosceva e si amava. Come nelle famiglie, i funerali e poi i battesimi. Come nei partiti, le sconfitte e poi i congressi della rivincita.

All’annuncio delle grande rinuncia – invece – non c’erano rintocchi di campane, e lo stupore prendeva il posto del dolore. La gente ricorda ancora la sofferenza del vecchio papa, l’urlo silenzioso di un uomo che non volle scendere dalla croce, aggrappato agli sgoccioli di una vita, e forse di un ruolo che era stato così bravo a interpretare. Quest’altro papa invece sta bene, dopo le dimissioni sembra quasi rinfrancato, stanco non di dottrina e teologia ma degli uomini che gli stanno affianco. Una vita a studiare la Parola, così per appurare alla fine che quella di Dio non sempre riesce a spiegare, e talvolta nemmeno piegare, quella degli uomini. Forse lo sapeva pure Pio IX, mentre fuggiva verso Gaeta (e travestito da prete fuggiva, ma non dal papato) quando gli chiesero se avesse paura per la sorte della navicella di Pietro: “Oh no, la navicella di Pietro non affonderà mai. Sapete piuttosto chi temo? Temo dell’equipaggio”.

Negli striscioni retti con le braccia alzate da giovani militanti della fede il linguaggio è lo stesso di un amore interrotto ma non sopito: “Ti abbiamo amato tantissimo”. Verrebbe voglia di fermare un prete e chiedergli se ci si può, davvero, dimettere dall’infallibilità. Davanti alle edicole del centro si scoprono tutti vaticanisti accalorati, perché  quando si tratta di seppellire, eleggere o anche sospendere un Papa,  Roma ritorna paese, quartiere dei devoti e cittadella degli intrighi, delle curiosità e degli spioncini, dei pellegrini ingenui e degli osti scafati. Al suo penultimo Angelus, il papa prigioniero del papa nomina la tentazione, il potere, la paura, la strumentalizzazione del nome di Dio. Chissà se nelle scuole si studia ancora quel poemetto di Pascoli intitolato “La morte del Papa”. E’ la storia di una vecchia contadina toscana che era nata nello stesso anno e nello stesso giorno in cui era nato il papa, che allora si chiamava Leone XIII e aveva 93 anni, e muore alla notizia della morte di lui, come andassero via insieme, tenendosi per mano. Ci saranno ancora vecchiette così, ma le vecchiette non si possono mica dimettere.

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Luca Di Ciaccio • 19 febbraio 2013


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