Ludik

un blog

L’inverno elettorale

Sono ore d’incertezza, in cui tutto è come sospeso, nell’attesa di quel che succederà. Chi legge l’oroscopo, chi i sondaggi, chi dentro di sé. I partiti hanno comprato pochi cartelloni elettorali: c’è chi dice che fa buio presto la sera, la gente torna a casa con gli occhi bassi o con gli ombrelli aperti, non ha né tempo né voglia di guardare facce che promettono. Al cinema è appena uscito un film che si chiama “Viva la libertà”: non è granché ma è la storia di due gemelli. Il primo è il segretario del grande partito di sinistra che sta all’opposizione da anni, il secondo è un filosofo colto e ironico che ha sofferto di disturbi mentali e vive da solo. Il primo in crisi perché non riesce più a trovare le parole per comunicare con la gente, fugge in Francia da una amica di gioventù, il secondo che, pur nelle stranezze, sa dire parole di verità viene chiamato dal portaborse del politico a sostituire il fratello nel tentativo di ridurre i danni al partito. Ai comizi cita con passione Brecht, “non aspettarti nessuna risposta oltre la tua”, e la folla riscopre di avere ancora la passione per la politica. Ma la gente mica va tutta al cinema, semmai sta a casa e vede la televisione, ci sono quasi più politici che cuochi, a tutte le ore.

Non s’è mai votato d’inverno. Qui tutti giocano per vincere, ma ognuno sa che chi vince è perduto. Preferisco vincere col 49% piuttosto che col 51, dice il favorito. Se di voti ne prendiamo troppi è un problema, dice l’altro che è un comico ma non scherza più. Voglio rimontare e vincere ma tanto anche se hai la maggioranza governare è impossibile, ribatte quello che aveva vinto più di tutti. Non conta chi vince, conta chi ha la fiducia dei mercati e dell’Europa, ribatte un altro che preferiva governare senza l’impiccio di essere votato. Forse, ormai, tocca solo arrendersi, come le piazze infuriate intimano di fare a tutta la classe politica, senza distinzione alcuna. Con la mani alzate bene in vista, bisognerebbe consegnarsi anche noi, noi elettori, a un sentimento che non vede vie d’uscita ma solo portoni su cui sbattere i pugni, dentro l’aria guasta di questa Italia. A Roma, stasera, si odono ancora le voci che salgono da piazza San Giovanni, tutte davanti al palco di Beppe Grillo che urlava “vaffanculo” e ora intima “arrendetevi”, tante buone intenzioni che fanno una cattiva impressione. Ed è con le buone intenzioni che il più delle volte si parte all’arrembaggio, e non ci si riesce a fermare prima che i falò vengano accesi. Al termine delle cene tra amici, o nelle pause di lavoro, c’è sempre qualcuno che, gratta gratta, quasi a mezza bocca, mi dice: io mi sa che voto Grillo, “…almeno qualcuno che gli fa un culo così”. Poi c’è pure chi, in politica come nella vita, si vuole mettere di buzzo buono a prendere schiaffi, e calci in culo e improperi della folla vociante, perché qualcuno dovrà pure provare a governarlo questo paese, nonostante la crisi, nonostante gli scandali, nonostante il debito e le banche, nonostante l’Europa e perfino nonostante gli italiani.

Gli italiani, i soliti italiani sempre in cerca di scorciatoie, sempre ansiosi di firmare deleghe di speranza o cambiali di vendetta al primo guitto che appaia all’orizzonte, gli italiani che all’incirca ogni quarto di secolo, all’ora del digestivo dopo un banchetto, gli prende la voglia di farla finita, la dannazione per ogni chiaroscuro, l’invocazione della dissoluzione di ogni zona grigia, la catarsi con un coro in piazza e un uomo al megafono. Una frase, trovata qualche giorno fa: “L’asino aveva una sensibilissima anima, trovava persino dei versi. Ma quando il padrone morì, confidava: ‘Gli volevo bene: ogni sua bastonata mi creava una rima’”. E’ di Leonardo Sciascia, un grande italiano seppellito da polemiche e oblio. Era abituato a sferzare il potere, come pochi altri.

Luca Di Ciaccio • 23 febbraio 2013


Previous Post

Next Post