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Il giorno delle elezioni

Alla fine, quando arriva il giorno delle elezioni sono sempre di buonumore. C’è tutta una piccola ritualità che mi piace rispettare. Svegliarsi presto, prendere da un cassetto il certificato elettorale, rimurginare per pochi attimi, sul tempo passato dall’ultimo timbro, sui voti dati e su ciò che rimane, fermarmi all’edicola a comprare il giornale, salire le scale di quella che fu la mia scuola elementare, attraversare il lungo corridoio, passare davanti ai carabinieri seduti sulle sedie da bambini, e ai manifesti coi simboli dei partiti accanto ai disegni dei fiori e delle maschere appiccicati al muro con lo scotch, vedere se la mia vicina di casa è anche stavolta la presidentessa del mio seggio, e se accanto a lei, sul banco di legno, si porta sempre un vassoio di caramelle grande così. La scheda elettorale me la giro sempre per qualche momento tra le mani prima di metterci una croce con la matita. Tutti quei simboletti, uno in fila all’altro. Tutti questi piccoli gesti, così inutili per la statistica ma così importanti per la comunità, che messi insieme fanno una democrazia. L’idea, insomma, di far parte per un giorno di qualcosa che riguarda tutti, a cui ognuno dà un suo contributo che viene indicato come decisivo.

Le elezioni durano un giorno, ma è illusoria, e alla prova dei fatti dolorosa, l’idea che tutto possa cambiare per miracolo in un solo giorno. Amerigo Ormea, lo scrutatore di quel vecchio racconto di Italo Calvino, alla fine della sua giornata di lavoro al seggio, “aveva imparato che in politica i cambiamenti avvengono per vie lunghe e complicate, e non c’è da aspettarseli da un giorno all’altro, come per un giro di fortuna”. Ma non c’è in lui sfiducia, delusione o rabbia. Quella che prova è una forma diversa di consapevolezza: “nella politica come in tutto il resto della vita, per chi non è un balordo, contano quei due principi lì: non farsi mai troppe illusioni e non smettere di credere che ogni cosa che fai potrà servire”. Anche quella era una domenica mattina piovosa e grigia, come oggi che si vota d’inverno e si respira un’aria diversa, in coda prima di entrare tutti dicono che mai come stavolta. Che poi, a pensarci bene, una delle cose che mi piacciono del giorno delle elezioni è che generalmente arriva di primavera. E di primavera uno una mezza illusione se la può sempre permettere.

Luca Di Ciaccio • 24 febbraio 2013


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