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Ingovernabili

Lunedì pomeriggio dovevo finire un copione, seduto alla scrivania dell’ufficio sbirciavo i numeri dei primi instant poll elettorali disegnare scenari improbabili, nel giro di qualche ora mi sono dovuto distrarre e probabilmente arrendere, non c’è modo di dare una scaletta alla realtà, il copione che abbiamo scritto con l’inchiostro dei nostri auspici si ribella, siamo in balia degli eventi, i nostri programmi vanno in mille pezzi. A un certo punto arriva la pubblicità, e dentro c’è il solito testimonial lustrato dal cerone di mille inganni.

Siamo ingovernabili, questa è la verità. Lo certificano le ultime elezioni, ma è una vita che stiamo lì a dimostrarlo. Mentiamo ai sondaggi, mentiamo anche a noi stessi. Ci aggrappiamo a promesse riciclate, oppure pretendiamo catarsi a buon mercato. Ci culliamo nei rimpianti e nelle occasioni mancate. Amiamo tutti la mamma, quindi non c’è da meravigliarsi se siamo una Repubblica fondata su “te l’avevo detto”. Non abbiamo niente da perdere e niente da sperare. Siamo il primo Paese al mondo con tre poli, dice il responso delle urne. Un accidente geometrico. Uno strafalcione della storia. Tre blocchi granitici e inconciliabili, composti da cittadini che urlano insulti al nemico. Nonni reduci dalle ubriacature della tv commerciale, privi di senso del limite, dall’egoismo cristallino, hanno divorato il destino dei propri figli, il paese, il futuro, azzerando doveri, legami, vincoli, meriti, energie, tutto. Figli dotati del codice genetico dell’oggi, e allo stesso tempo parte di una mutazione genetica che si avvera, cresciuti con l’indignazione delle inchieste televisive della domenica sera e con l’indifferenza del lunedì mattina, e con mille istinti conflittuali dentro se stessi. Padri vanamente attaccati a sorpassate lealtà, figli della tv di una volta, dei partiti di una volta, della società di una volta, quella prima della frammentazione. Parlano lingue vecchie, e lo sanno. Non hanno vinto, perché forse volevano perdere.

Lo strappo c’è stato, e violento. Forse va bene così. Nessuno ha in mano le redini del gioco. Nessuno ne controlla l’esito. Nessuno ne predetermina lo svolgimento. Potrebbe non essere un male. La notte non viene mai intera. Essere di sinistra o essere di destra non ha più senso, dicono. Forse è semplicemente aver capito l’equilibrio tra farmaci diversi: le fasi sono storiche solo le vedi con occhio ciclotimico. A un certo punto ero tentato di votare per la lista di Fermare il Declino, poi avrei votato quasi per quella che vuole Accelerare il Declino, salvo scoprire che hanno entrambe il curriculum taroccato. Comincio a provare l’euforia del naufragio, o quella della resurrezione. Leggo le cronache politiche e penso che siamo in mezzo a un’onda di piena, “nuotare o annegare è questione di sfumature.”. Uno vale uno, uno vale zero, dipende solo dalla matematica del luogo.

Luca Di Ciaccio • 27 febbraio 2013


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