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Il papa Francesco

Questo sarà un rivoluzionario, fidati di me, mi dici quando lo vedi uscire fuori dal balcone che sta dentro la piazza, e che sta dentro i mille schermi di diecimila telefoni stretti nel pugno di un milione di mani, e che sta dentro il nostro televisore poco lontano. Ma che ne sai tu cosa è rivoluzionario oggi, se è più rivoluzionario nascondersi al mondo e mandare tutti a quel paese, oppure se è davvero rivoluzionario scegliere per sé il nome con cui tutti vorrebbero battezzarti. Se è rivoluzionario essere se stessi, in quei cinque minuti in cui ti giochi tutto nella vita, sulla loggia di San Pietro oppure sulla sedia cigolante a un colloquio di lavoro, oppure se bisogna essere se stessi come lo si vorrebbe essere, alimentare le speranze di potercela fare, anche se sono le speranze, quelle rivoluzionarie, a fare più male di tutto, perché tante volte non si avverano e allora si diventa reazionari. Le cose hanno sempre due facce, mi dici, almeno due. “Sono andati a prendermi quasi alla fine del mondo, ma siamo qua” ha detto papa Francesco, al secolo Jorge Mario Bergoglio, ma la fine del mondo, dalle sue parti d’Argentina, è una meta per crocieristi anziani e benestanti.

Vorrebbe somigliare a Giovanni ventitreesimo, mi dici, lo hai pensato subito, dal momento in cui si è affacciato al balcone dicendo “buonasera”. Ha un sorriso che si presta, in effetti, e lo stile e i modi ma gli manca la fanciullezza dello sguardo. Che ne possiamo sapere noi di uno sguardo, e di cosa c’è dentro. Eppure deve aver visto molto, e molto dentro nel buio. Qualcosa dell’orrore sempre resta in fondo agli occhi. Bisogna farsi capire dagli uccellini, anche se corvi, e dai lupi per poterci parlare, questo lo sapeva san Francesco, e figuriamoci se non lo sanno i gesuiti. Ma forse esisterà prima o poi un mondo, come diceva quello, in cui “buonasera” vuol dire davvero “buonasera”. Ecco, penso io, quello sì che sembrerebbe rivoluzionario. Ma non ce la farà probabilmente, guarda qui, ci sono già quelli che hanno letto in cinque minuti i dossier e le biografie, oppure che hanno un cugino in Argentina che gli ha detto tutto, e ora scrivono che è un collaborazionista, un complice dei regimi, uno che faceva fuori preti scomodi, non è vero ma loro già lo sanno, mi dici. E cosa vuoi che ti dica, la chiesa è sempre la stessa, siamo noi che ci illudiamo ogni volta di cambiare, con le nostre preghiere, con i nostri desideri, gli sguardi verso l’alto o verso il basso, l’ansia di schifare tutto e sotto sotto di volerne farne parte, come per i partiti politici, come per gli spettacoli alla televisione, come per le grandi religioni. Ma certe volte ci sentiamo uguali agli italiani d’Argentina che cantava Fossati, “che la distanza è grande, la memoria cattiva è vicina, e nessun tango mai più ci piacerà”. Venire dalla fine del mondo, intanto, è un buon inizio.

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Luca Di Ciaccio • 15 marzo 2013


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