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Ci vuole orecchio

Ci si annoia anche dei terremoti, delle emergenze istituzionali, dei chip sotto pelle, dei nuovi partiti, delle canzoni di stagione, dei due papi uno affianco all’altro, e ora pure dei due governi, uno sopra l’altro. Tutto deperisce alla velocità della luce, come una spigola lasciata sotto al sole, si passa dall’incredibile all’idiota nel giro di un alzata di sopracciglio, le belle sceneggiature si rivelano deludenti se applicate alla realtà. C’è la Via Crucis del nuovo papa in diretta tv, ma almeno quella si sa come va a finire. Ci vuole orecchio, cantava Jannacci, ma dal vivo oggi non si può più suonare, l’orchestra è ormai quattro battute dopo, i fiati hanno già fatto il loro gioco, e noi come dei pirla qui a provare.

Osserviamo la ripresa unica da una telecamera fissa illudendoci che basti questo a rendere il flusso delle immagini più vicino alla Verità. Ma siamo abituati alle case di vetro riprese 24 su 24, e sappiamo che pure lì si recita a soggetto. Osserviamo la realtà da dietro un oblò rigato dal nostro pregiudizio. Passiamo accanto alla mediocrità, come chi passa accanto allo specchio in una mattina maledetta e fugge via dalla propria faccia ammaccata. Si potrebbe poi sperare in un mondo migliore, e vedere di nascosto l’effetto che fa. Vorrei venire anche io in un comitato di saggi, pure senza essere un maschio anziano, ma continuano a dirmi no tu no. In fondo isolare qualcuno, meglio se debole e inadeguato, è il collante più solido dei consessi umani, soprattutto in Italia. Commentiamo ogni cosa ogni cinque minuti, come gufi telegrafisti alla tastiera di un computer, tagliando fiori, preposizioni, torti e ragioni e soprattutto sfumature, per accorciar parole, per essere più brevi e più arguti. Abbiamo smesso di credere in Dio a quindici anni, nella politica a diciannove, nello stato sociale a ventitré. E chissà se oggi basta avere l’umbrela che ti ripara la testa in giorno di festa.

Luca Di Ciaccio • 30 marzo 2013


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