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Il vintage dei poveri

Quasi inconsapevolmente l’occhio registra la smisurata offerta di immagini che la città produce ogni momento: case, strade, macchine, alberi, vetrine e cemento, e soprattutto la gente, che sembra folla anonima e invece è un fiume che si separa in migliaia di rivoli e si modifica di continuo. E poi le cose, le cose abbandonate a loro stesse, le cose ritrovate sulla riva del presente. Servizi di tazze in porcellana, mobili da salotto pieni di libri, tra cui la storia d’Italia a fumetti di Enzo Biagi e una raccolta di aforismi di Giulio Andreotti, tailleur polverosi, pellicce di visone, dispense e comò, completi grigi da matrimonio, sedie impagliate, divanetti e specchi, portagioie dolorosamente vuoti, tele ad acquerello con colline in fiore, cassettiere e cappelliere, grandi lampadari con ninnoli e gingilli, vecchi trenini e bambole con un occhio solo.

Quando, in una domenica pomeriggio qualunque, entro nel mercatino dell’usato gestito dalla Comunità di Sant’Egidio è come se rimettessi piede in una casa di qualche mia vecchia prozia deceduta, in una di quelle abitazioni simili a grottini, col ritratto del santo alla parete e il vassoio colmo di caramelle vecchissime, teatro di pomeriggi lunghissimi. Buone cose di pessimo gusto, diceva il poeta. Appigli di un decoro borghese travolto dagli eventi, senza nemmeno trovare il tempo o le parole per tracciare un bilancio. Arredi provenienti da mobilifici di ere geologiche precedenti al conformismo svedese low cost. In effetti il mercatino, mi spiegano, si basa sulle donazioni di molte persone che portano quello a loro non serve più, ma l’amica che mi accompagna mi fa capire che sostanzialmente si tratta in molti casi di morti: sacchi neri pieni di vestiti e suppellettili e libri che escono dalle case di parenti appena defunti e finiscono qui. Una categoria merceologica che si direbbe vintage, se non fosse che gli hipster che colonizzano i brunch domenicali nei dintorni, lì nel quartiere dove anche le centrali a gas sono diventate soltanto scenografie da film, se ne tengono alla larga. Forse lì dentro si avverte, tra le merci in vendita e tra gli avventori che le spulciano, un grumo di dolore vero non riconducibile a nessuna moda del vintage. Basta un trasloco, una separazione, uno sfratto o un licenziamento, e l’esistenza si rovescia, l’inespugnabile dignità di una casa finisce qui, sugli scaffali di un vecchio hangar militare, nelle mani rugose di una vecchia che ticchetta le nocche delle dita su una tazzina da caffè per verificarne la consistenza.

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Luca Di Ciaccio • 8 aprile 2013


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