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La signorina a vapore

La signorina la troviamo che già sbuffa mentre ci aspetta. L’hanno fatta uscire apposta per noi, e per ricompensarla ci siamo portati dietro cinque garibaldini con camicia rossa e fucili d’ordinanza, e anche un Garibaldi con un po’ di pancia. Scenette  ad uso televisivo, anche se la signorina non è certo così anziana, e invece rimaniamo di sasso nello scoprire che sui sedili di legno ci si posavano, assai scomodamente, il sedere di migliaia di pendolari appena una trentina d’anni fa, e i piedi altre centinaia di ultrà in trasferte agitatissime da una partita all’altra. Altro che risorgimento, per i poveracci che ieri non si potevano permettere il Settebello e il Pendolino e ora sono tagliati fuori dai Frecciarossa. La signorina glissa, la pensione aumenta il suo fascino. Noi cerchiamo proprio lei: la nera “640”, numero 148 di serie, che ci aspetta ansimando piano sotto la pioggia, a pochi passi dalla via Salaria nella periferia romana, meglio però delle altre signorine da queste parti sotto al lampione. Attorno a lei uno sciame di uomini. Spiegano che va corteggiata, guidata con lentezza, ma che “ne vale la pena, perché poi ti fa morire”. Dicono: “Non è mai sazia”, perché in un giorno divora trenta metri cubi d’acqua e una montagna di carbone. Ma è come un corpo, “respira, e devi solo saperlo ascoltare”.

La 640 è una locomotiva di inizio novecento, leggera e veloce, sbuffa come una caffettiera ma ha la falcata veloce per divorare la pianura. La chiamano “la signorina” perché ondeggia e si fa corteggiare proprio come una ragazza d’altri tempi. Il macchinista lassù apre una pompa e tutta la macchina sfiata, si gonfia. E’ un gioco delicatissimo di fuoco e acqua. Guai se uno dei due prevale. Non puoi rimanere né senz’acqua né senza carbone. Se succede, la signorina si inginocchia, va giù di pressione. Un’ultima lubrificata alle bielle e alle giunture. Poi si parte senza scossoni, con una dolcezza sorprendente, sulle rotaie ingrigite come il cielo d’inverno, in un impasto di pioggerellina e fuliggine. Impossibile addormentarsi su una locomotiva. La stoffa dei sedili era fatta apposta per non far appiccicare le briciole di cenere, una spazzolata e via, non come i cappotti o le chiome dei poveri viaggiatori. Urla e casino anche sulla carrozza dei macchinisti, già neri come gli spazzacamini di Mary Poppins. La caldaia ingoia da morire. La locomotiva va, in un’aureola iridescente di pioviggine, il fumo è come una bandiera sfilacciata giallo sporco in preda al vento forte, che si mischia con i vessilli garibaldini in posa per la telecamera, affacciati ai finestrini come in una treno carico di fantasmi.

mezzi di trasportotreni

Luca Di Ciaccio • 15 aprile 2013


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