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Romanzo Quirinale

Ora che c’è nebbia e nessuno vede più l’orizzonte, il Quirinale rischia di diventare l’ultima trincea. I vecchi poteri si muovono circospetti come ombre cinesi, i nuovi arrivati non trovano le chiavi giuste per aprire la serratura. Oggi mi sono svegliato confuso come un dirigente del Pd nell’era del tripolarismo schizzato, allora ho sognato di ritrovarmi per magia grande elettore ai tempo in cui il Colle sembrava davvero quello più alto. Seduto su una panchina dei giardinetti, come Fanfani e Dossetti: ah, poi ci sarebbe da decidere il Presidente. Avrei covato vendetta come l’ultimo dei peones, per scrivere sulla mia scheda “nano maledetto non sarai mai eletto”, e scrutare gli occhi stretti di Amintore lassù sul banco della presidenza, davanti alla fine delle sue ambizioni. Oppure avrei guidato truppe di franchi tiratori agli ordini del mio capocorrente, l’arma letale per colpire nell’ombra del transatlantico, meglio del pugnale, meglio del veleno. Avrei controllato i cecchini facendo scrivere loro il nome a penna rossa o a matita, a qualcuno chiedendo di anteporre un titolo, certi professore, altri senatore, altri ancora presidente.

Se qualcuno facesse il mio nome direi che non ne sono nulla, o mi schermirei tacendo. Candidarmi sarebbe un errore fatale. Mi serve qualcuno che lavori per me facendo finta di lavorare contro. Mi serve qualcuno che mi avvisi quando è il momento di sfilarsi. Citerei ancora, seduto su un divanetto, le parole del Divo Giulio: “Non c’è nessun metodo che garantisca la vittoria: ci sono solo errori da non commettere”. Inutile fare discorsi programmatici: semmai dovessi salire al Quirinale lo farei solo per controllare se ancora esiste la sala di Gronchi interamente dedicata ai trenini elettrici, e anche la porticina sul retro per le sue giovani amiche. Nell’attesa che si riesca a formare un governo, mi metterei a sincronizzare, uno ad uno, i duecento orologi a pendolo, come faceva la signora Einaudi. Farei solo telefonate laconiche, nello stile del barone Picella, detto ‘ baron glacèe’: “Hai avuto quella carta? Perfetto. Mettila via”.

Mi guarderei dagli avversari politici, ma soprattutto da quelli del mio stesso partito. Andrei a pranzo coi comunisti, scambiando la cortesia per i voti, e guarderei sospirando il Cupolone oltretevere, assicurandomi la protezione di un cardinale e dicendogli che almeno nel Conclave loro hanno lo Spirito Santo. Giocherei d’anticipo, rassicurerei tutti sul mio stato di salute, direi come Pertini che mio fratello è morto a 94 anni, mio padre ha superato i novanta e anche mia madre, a 90, è morta perché è caduta dalla sedia. Per fare eleggere il candidato giusto, invece, darei la mia parola, anche la parola di partigiano se necessario, come Pajetta a Zaccagnini. Al primo scrutinio, quello che non serve quasi mai, scriverei sulla scheda il nome di Sophia Loren o quello di Barbara Palombelli. Non dormirei la notte, perché è sempre la notte che affonda. Se alle dieci di sera vengono a garantirmi la maggioranza assoluta dei voti, come fecero al povero Merzagora, allora capirò di non avere speranze. Scruterei le ombre, ombre semivisibili nella nebbia. Mi guarderei dai burattinai, dalle salamadre, dagli spioni. “Il potere – diceva Cossiga – ha bisogno di gente che sa stare al microfono e di gente che regola la sintonia della radio. Io ora faccio tutt’e due le cose, ma se dovessi scegliere direi che è certo più importante quello che manovra l’audio di quello che parla. Chi parla è un burattino, chi manovra è il burattinaio”. Cossiga, che poi a un certo punto, mentre stava al Quirinale, dissero che era uscito pazzo, o che aveva capito tutto, e talvolta le due cose non sono incompatibili.

Mi spenderò in lunghi negoziati, non dissimili da quelli dei miei nipotini di sei anni quando si scambiano le carte Pokemon a ricreazione: io ti do questo se tu mi dai quello, oppure me ne dai due piccoli che valgono uno intero. Anche se la ragione della paralisi oggi è tutta qui: nessuno ha abbastanza da dare per pretendere qualcosa in cambio, e delle ipoteche sul futuro – delle garanzie delle promesse – non c’è più chi si fidi. I poteri sono spaventati e deboli, nessuno che abbia la forza di essere altruista o lungimirante. Sette anni dura l’incarico di Presidente della Repubblica, un’eternità quando l’unità di misura del potere sono i giorni. Allora non pronuncerò mai alcun nome ad alta voce, a meno che non voglia bruciarlo. Lancerò, all’ultimo, personalità che avevo bocciato prima. Alla fine accetterò chi avevo finto, in principio, di proporre. Forse andrà così: nella notte, una certa notte, tutti vengono raggiunti nel sonno dall’informazione decisiva e, in trance, votano la stessa persona. Forse quella notte, se fossi un grande elettore su un migliaio, uno su mille che manco ce la fa, sognerei di essere invece soltanto un piccolo elettore tra milioni di miei concittadini elettori, una testa un voto, e dopo una battaglia aperta e decisa, tra facce e idee e proposte, scegliere un presidente, che sia di tutti e di chi l’ha votato.

Luca Di Ciaccio • 17 aprile 2013


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