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Retromarce su Roma

Dentro c’è chi ride e chi piange, chi si alza in piedi e chi resta seduto, drappelli di onorevoli passeggiano pallidi e intossicati di potere, il cellulare all’orecchio, inseguiti da sms e rincretiniti dai twitter, hanno le facce di figli ingrati aggrappati alla giacca di un anziano padre, incapaci a tutto ormai. Fuori c’è chi protesta e chi urla, facce giovani che invocano il nome di un vecchio giurista democratico, lasciati soli dalla politica e dal mercato e dalle inchieste televisive con la loro testa e il loro voto, facce anziane che invece manifestano da tutta una vita, rivoluzionari di professione, compagni che ogni tanto vedono arrivare un sessantotto e non vogliono perderselo, camerati disposti a sguazzare nella crisi della democrazia. Qualcuno, da dietro le tendine di un ristorante, si accorge del mostro che ha contribuito a creare. “Prima era la società a non conoscere cosa avveniva nel Palazzo, ora e’ il Palazzo a non sapere cosa si muove nel profondo della società”, ha scritto qualche anno fa lo storico Adriano Prosperi. La distanza sembra incolmabile.

Il cielo è tornato nuvoloso e l’aria fredda, all’imbrunire piazza Montecitorio è piena di transenne, telecamere e mezzi blindati. E se pure la tristezza non è una categoria della politica, come si fa a ignorarla? Io mi fermo al lato della piazza, sull’orlo di un negozio chiuso. Non mi piace l’aria di stasera, non mi piace sentire gente che augura infarti a Giorgio Napolitano, e nemmeno mi piace la processione degli inetti che vanno in ginocchio a chiedergli ancora una volta di essere commissariati. Il senso dello stato e del dovere politico né chi l’ha pregato né chi l’ha contestato sanno nemmeno dove stanno di casa. Chissà dove vuole andare un paese dove le famiglie non tirano avanti senza l’aiuto dei nonni e che si stranisce perché il Parlamento ha bisogno di un ottantasettenne. Ma le pezze comunque non reggono, cominciano a strapparsi ormai.

Giorni interi li abbiamo passati sul divano tenendo in sottofondo il borbottio di Mentana, la chiama dei nomi con la voce blasée della Boldrini, fino a farlo diventare parte dell’arredo di imperfezioni casalinghe, come un rubinetto che sgocciola. Fuori, negli schermi di internet, nei talk show e nella piazza squadrata dalle telecamere, sembriamo tutti incazzati, eccitati, stracciamo tessere, litighiamo, diciamo mai-più, abbiamo voglia di tifare, o soltanto di avere qualcuno con cui prendercela. Guardiamo con disprezzo le facce dei nostri eletti, aggrappati al loro ultimo giro di giostra. Cupio dissolvi, lo chiamano. O quella cosa che capita ai tifosi quando la loro squadra va male, così male, perde una partita, poi un’altra, poi un’altra ancora, tanto che a un certo punto si inizia a irriderla e ad augurarsi che la propria squadra vada peggio ancora, che crolli rovinosamente in campo, che finisca in retrocessione, che ci faccia soffrire ancora di più. Il piacere del crollo, dev’essere. Ognuno va incontro al proprio destino, anche se per lì per lì non ci capisci granché. Vedi solo le facce pallide dei politici all’uscita di un teatro, ripetere formule imparate a memoria, dobbiamo impostare un ragionamento, la situazione richiede un’assunzione di responsabilità, trovo singolare che, mi adopererò con tutte le mie forze per, non possiamo limitarci a. Intanto quello grida al colpo di stato, convoca il popolo in piazza e poi non si presenta.

Luca Di Ciaccio • 21 aprile 2013


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