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Il calore della rete

Ogni tanto mi trovo a pensare cosa succederebbe se all’improvviso, da un giorno all’altro, sparissero tutti i social network. Tutta questa gente che danza con le dita sui propri tablet. Che accarezza gli schermi dei propri smartphone, che si addormenta abbracciata ai propri laptop. Tutti questo sciame elettrico di aggiornamenti di status, banalità, confessioni, rilanci di notizie, link a video di stronzate, foto con filtri estetizzanti scattate ai barboni oppure ai gatti, appelli di attivismo da clic, intimità estemporanee, amori geolocalizzati, risse virtuali. La liberazione dei saperi e la loro impietosa inflazione. Il calore umano che pretende di far girare le macchine ormai inceppate dell’economia. I granelli sabbiosi di odio appiccicati ormai alle opinioni. Tutte queste riunioni o cene in cui la compagnia degli altri è sempre in gara, spesso perdente, con la compagnia alternativa più interessante racchiusa nello schermo dei nostri telefoni. Alcuni studi scientifici hanno già appurato che cercare il proprio nome online genera nel nostro cervello una piccola scarica di dopamina.

In un vecchio libro di Gianni Rodari, “C’era due volte il barone Lamberto”, il protagonista – un vecchio barone ricchissimo, solissimo, e impaurito dal passare del tempo, pagava dei ragazzi, oggi si direbbe dei free-lance, per vivere in una specie di solaio della sua villa, e stare tutto il giorno, a turni di quattro ore l’uno, a ripetere il suo nome a dei microfoni collegati con degli altoparlanti: Lamberto, Lamberto, Lamberto… Un saggio indiano all’inizio del libro aveva rivelato al barone il segreto della giovinezza: aver sempre vicino qualcuno che ti ripete il tuo nome. Il miracolo, nel libro di Rodari, avviene: a Lamberto rispunta qualche pelo nero in testa, la colonna vertebrale gli si raddrizza, eccetera, tutto grazie a questa valanga continua di attenzione altrui. Solo alla fine capiamo qual è però il possibile esito sinistro di questa trasformazione: il processo di ringiovanimento a un certo punto pare inarrestabile. E il barone da vecchio, torna adulto, per diventare definitivamente bambino e poi, infine ancora, un uovo.

Luca Di Ciaccio • 6 maggio 2013


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