Ludik

un blog

Porta Maggiore

Le nostre colonne d’Ercole stanno lì, solitarie nella confusione, come Porta Maggiore in mezzo al traffico, con le sue direzioni di marcia ellittiche, tanto che non riconosci mai qual è la tua esatta corsia, e ignori se davvero sbucherai verso Santa Croce o San Giovanni, la Prenestina o la Casilina, verso il centro o verso la periferia. Come greggi di pecore pascolanti in un quadro dell’arcadia ottecentesca ci avviamo mestamente verso il tram, alle nove di mattina o alle sette di sera. L’odore fisso di frittura e curry addosso ai cingalesi, i vecchi che ti squadrano, le vecchie che si scannano per il posto, le studentesse chine sui libri. I piccoli scontri di civiltà mentre una busta della spesa si rompe facendo rotolare la mesta spesa di un discount, mettendo in moto occhiatacce a catena, come se ognuno avesse un sud con cui prendersela. I piloni di cemento della tangenziale con le scritte in vernice rosso sangue “abbattiamo la sopraelevata”. La gente che torna a casa, la gente che cerca una casa.

Si incrociano le vite di una città slabbrata, imbruttita come le facce pigiate una addosso all’altra, la bellezza delle rovine in uno spicchio di finestrino, il controllore che ha perso la voglia e il coraggio di fare il suo mestiere. Già Caproni, il vecchio poeta, raccontava di autobus stipati di uomini e donne che si sentivano “spatriati, come se anziché tornare a casa si recassero in esilio”. Lo spazio, tutto quello spazio dilatato e poi perduto, lungo le strade consolari, rincorrendo i terreni della speculazione edilizia e gli infiniti cantieri della metropolitana, nei centri commerciali che diventano piazze, lo spazio di una città che è cresciuta senza guardarsi né avanti né indietro, come una pianta selvatica in un giardino abbandonato. Il capolinea del tram 5 assomiglia a una vera stazione d’addio, e sembra di vedere la povera gente – immigrati e ragazzi, pensionati e operai, colf e badanti – aggrappata ai predellini, come nelle fughe dalla fame, come nei sogni del meritato riposo che si conquista tornando a casa, come un neorealismo adattato ai tempi, con gli occhi chini e fissi sullo schermo di un telefono. E poi il tempo, il tempo, i ritardi dei mezzi pubblici e le occasioni perdute delle vite private, tutto quel tempo che va sprecandosi continuamente nel mondo senza che nessuno possa farci niente.

Luca Di Ciaccio • 14 maggio 2013


Previous Post

Next Post