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La grande bellezza

C’è nell’aria tutta la pioggia che non ha fatto mai e folate di un freddo inatteso, ma forse questa è l’unica primavera che possiamo permetterci. Oppure siamo noi che tendiamo a drammatizzare gli eventi impersonali, tipo il tempo metereologico, perché abbiamo bisogno di dare un significato personale alle cose, di comprendere gli effetti che hanno sul dramma individuale che riteniamo essere la nostra vita, come mediocri sceneggiatori di noi stessi. Si continua a vivere a Roma, che ci sembra bella dentro al cinema e perduta appena usciamo fuori dalla sala. Si sta in questa città come si sta ormai nelle camere da letto o nei seggi elettorali, “amandola, maledicendola, proponendosi ogni giorno di andarsene e poi sostandoci”. Nessuna delle facce sorridenti o fintamente decise che si affacciano dai cartelloni elettorali dà l’impressione di poterne venire a capo, ma d’altronde nessuno ci capisce niente. I cartelli “vendesi” e “affittasi” sono perfino più numerosi dei volantini elettorali, e i commessi che stazionano fuori dai negozi vuoti forse non andranno nemmeno a votare.

Si lotta per un lavoro da mantenere e da trovare, per arrivare a fine mese e soprattutto poi per ricominciare un altro mese. I ricconi e i milionari ormai li riconosci solo se capisci i codici. Si vedono solo tra di loro, si lagnano di tutto, dall’Imu al governino, girano con l’utilitaria ammaccata o con la bici elettrica, vestono all’inglese ma con scarpe consumate, evitano di mischiarsi ai burini in Suv. La Roma cafona appare sui siti gossippari come fosse il rettilario del giardino zoologico, fa impressione ed è buono solo per le fotografie. Forse anche Paolo Sorrentino, anni fa, non è stato invitato a una festa cui teneva tanto, forse anche lui si sarà beccato il due di picche da una starlette dell’epoca. Alla fine la storia del suo ultimo film, come di tutto il resto, è sempre quella: il forestiero di provincia che viene a vivere nella Capitale, e riesce a guardarla con gli occhi che uno nato tra queste antiche mura non avrà mai. Turisti senza biglietto di ritorno, che si ritrovano alla fine della notte a ballare su una terrazza o ad afflosciarsi su un divano “a parlare di vacuità, perché non vogliamo misurarci con la nostra meschinità”. Oppure ci si ferma a contemplare “trenini che non vanno da nessuna parte”, come dice Jep Gambardella alias Toni Servillo sulla sua terrazza in faccia al Colosseo che nemmeno in un’altra vita potremo permetterci, osservando maschi e femmine che fingono di divertirsi un mondo poggiando la manina sul fianco di chi li precede. Chissà se la grande bellezza del titolo sta come al solito solo negli occhi di chi guarda.

Tutto termina velocemente in questa città che ama dirsi eterna. Niente viene trattenuto. Niente diventa decisivo. Tutti arrivano a Roma per parlare e non trovano nessuno disposto ad ascoltare. Ideali, progetti, vanità, velleità, ogni cosa finisce in una discarica di cui nessuno conosce l’indirizzo. Tutto questo probabilmente determina la malvagità e l’assenza di tenerezza. La mondanità si rivela nient’altro che un inganno mondano. Le migliori intenzioni finiscono in un inesorabile spreco. Pure il papa nuovo ha già stufato, con quelle frasi un po’ da Baci Perugina e la pretesa di imporre l’austerity dentro le sacre mura (si dice che uno dei suoi assistenti abbia dovuto togliere la Bmw dal cortile santo e tornare al lavoro in Panda). Il traffico di auto e bus turistici, e gli scioperi dei mezzi che arrivano ogni venerdì regolari come le maree,  non aiutano certo la serenità d’animo. I giornali nessuno li legge più, i nomi dei ministri o degli assessori chi li conosce, devono annà a casa, tutti, tutti. I più disperati si affidano al caso di una slot machine, dentro i capannoni della Tiburtina che un tempo furono industriali e i vetri in frantumi di negozi alla deriva. In mancanza di sole ci consoliamo con cieli e tramonti da dipingere, tanto ormai possiamo solo cogliere l’attimo senza farci troppe domande.

Luca Di Ciaccio • 24 maggio 2013


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