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Via Teulada

Passo indenne attraverso i tornelli di via Teulada, dove nessuno riesce mai a infilare per il verso giusto la striscia magnetica dei pass, e il paesaggio che mi si staglia davanti sembra la foto dimostrativa di come doveva essere il servizio pubblico, quando c’erano i morti ora mineralizzati nei quadri all’ingresso. Trovare parcheggio è un’impresa impossibile, come ai tempi di Guglielmo il Dentone, alias Alberto Sordi in un episodio del film “I complessi”, che finiva per fregare il posto a Lelio Luttazzi. Vita grama per gli abitanti delle palazzine anni sessanta con vista sulla tivù di Stato. Il primo cavo coassiale del paese parte dall’antennone che sta sulla cima di Monte Mario e passa ancora qui sotto, anche se ormai i segnali sono troppi e troppo confusi, degli schermi s’è perso il conto, degli spettatori il più delle volte s’è persa traccia.

Moquette scura alle pareti, polvere stratificata come i palinsesti, presunti salottini vip ridipinti come in un incubo lisergico con protagonista Alberto Lupo, scale elicoidali dove ai bei tempi ogni segretaria poteva sentirsi gemella delle Kessler, studi con attrezzature tecnologiche e sgabuzzini pieni di fuffa e ciarpame, uffici e palazzine per dirigenti pubblici che ti immagini con capigliature eternamente brizzolate, mai soggetti a calvizie, al bancone del “Telebar” dall’altro lato della strada per offrire un gingerino all’annunciatrice bionda. All’attrezzeria dello studio uno, che una volta fu davvero lo studio di Studio Uno, arredi e scenografie da pizzeria per i programmi del mezzogiorno e del mattino. Mi guardo attorno e mi accorgo che l’immaginario della prima azienda culturale italiana è fermo a mezzo secolo fa, come se l’Italia vivesse in un’eterno palinsesto di repliche estive. Al bar, dove nelle foto in bianco e nero alle pareti ci sono ancora Raffaella Carrà a ballare il Tuca Tuca e Mina a cantare E se domani, tutti gli impiegati parlano solo di turni, livelli e scatti di anzianità. Gigi Marzullo ordina un caffè macchiato. Nei corridoi, dove gli acari del tempo conquistano lo spazio con la tenacia lenta degli zombi, si incontrano tante di quelle celebrità, dai giganti alle mezze tacche, dai geni alle zoccole, che non so in quale altro posto in Italia. I politici passano veloci, per dirigersi alle sale trucco e poi alle poltrone dei salotti televisivi, si guardano attorno con sguardo sprezzante e rapace, si capisce che anche loro alla fine si affezionano molto all’ambiente. “Ah, la televisione” sospira un capostruttura. La Rai è ancora così, “un incrocio tra Cape Canaveral e le poste di Avellino”, come una volta ho sentito dire da qualcuno (senza offesa per gli abitanti di Avellino, che magari hanno un ufficio postale perfetto e efficientissimo, ma le metafore buffe non guardano in faccia a nessuno).

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Luca Di Ciaccio • 7 giugno 2013


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