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Il morto in spiaggia

Anche oggi è morta una persona in spiaggia. Hanno coperto il suo corpo con un telo bianco e hanno aspettato che arrivassero a prenderlo, e intanto la gente è stata lì. Non lì vicinissimo, intendiamoci, almeno non tutti, ma lì sulla spiaggia. Poi se uno fa una foto con il teleobiettivo sembra proprio che la vecchia tiri fuori l’anguria a un metro dal cadavere, ma non è mica vero: è una bugia. E invece fanno vedere la foto così e allora viene automatico sottolineare questo e quello, vedere la ciccia, vedere la crema solare, vedere i frigobar accanto al morto, la coppietta che amoreggia indifferente. Che mostri siamo diventati, che creature senza valori, che scena avvilente simbolo di questi tempi grami. E anche oggi sui siti internet e domani sui giornali scriveranno lo stesso articolo, intravedendo colpe e vergogne sulla battigia e su di noi villeggianti della vita, noi che siamo piccoli e volgari, anestetizzati e insensibili, mentre la morte è maestosa, e livella, e tutti spazza via con la sua spietata verità.

Ogni volta mi fermo anche io a pensare davanti a queste fotografie. Anche oggi che la spiaggia era quella di Formia, una di quelle spiagge che mi sono familiari. Mi sono chiesto come fossero davvero le cose, ho cercato di immedesimarmi, di guardare oltre quel che si vede nella foto. Ho pensato a cosa succede e a come ci si sente in questi casi, non si capisce mai bene cosa sta succedendo, all’improvviso si sentono urla, trambusto, si vede gente tuffarsi in mare, poi un corpo trascinato a riva, inutili tentativi di rianimazione, finché non c’è nulla da fare. Poi alcuni sono andati via dalla spiaggia, ma quelli nella foto non ci sono perché sono andati via. Altri, per imbarazzo, indifferenza, cattiveria, distacco, sono rimasti lì, a una certa distanza. Magari si saranno fatti raccontare la storia e avranno raccontano cosa avevano visto, mormorando le cose che si dicono in queste situazioni, banalità sulla tragicità della vita, sulla fatalità del morte, sulla pericolosità del mare. Il corpo stava lì, in attesa dell’arrivo di una ditta delle pompe funebri, magari stavano pensando a quale ditta toccasse a quell’ora. Cosa si fa in questi casi, non lo so. Forse bisognerebbe rivestirsi, chiudere gli ombrelloni e andare tutti via, e pazienza se i giornali il giorno dopo scriveranno che “quando sono arrivati i soccorritori hanno trovato una spiaggia deserta…”, denunciando l’indifferenza dell’uomo moderno che scappa davanti alla morte.

Il morto è uno di noi fino a un minuto prima. Poi è morto e cambia tutto, dobbiamo andare via, girarci dall’altra parte, sentirci in colpa all’idea di continuare a vivere. Travestiamo da rispetto la nostra inettitudine, la goffaggine di fronte a una fine che non capiamo e in cui abbiamo paura di rispecchiarci, il fastidio per un sgomento che ognuno prova a modo suo e che non tutti riescono a provare. Continuo a guardare la foto, senza trovare né colpe né ragioni né alibi. Penso solo che se fossi una signora russa di 78 anni, come Valentina Rusman, morta sulla spiaggia di Formia il 16 giugno 2013, vorrei forse andarmene così, dopo un pranzo all’hotel Fagiano, nell’acqua fresca del primo sole di giugno, con un bambino che gioca a pochi metri convinto che la vita continua, col profilo di Gaeta davanti agli occhi (che, alla fine, è sempre l’unica cosa per cui valga la pena andare a fare il bagno a Formia).

formia

Luca Di Ciaccio • 17 giugno 2013


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