Ludik

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La notte di piazza Taksim

Ormai è notte fonda. Fuori, il rombo di un fiume d’auto. Istanbul non dorme mai, è una città dove se non sei forte non sopravvivi. Una luna gigante illumina i minareti, stavolta il vento non porta il canto dei muezzin ma l’odore acre dei lacrimogeni. Tre ragazzi si infilano di corsa nelle stradine qui sotto, tra Istiklal e lo stadio di Galatasaray, un gruppo di poliziotti li insegue. Stanotte sembra di sentire mezza Asia che preme per entrare in Europa e mezza Europa che vorrebbe fuggire coi suoi incubi in un’Asia immaginaria. Piazza Taksim si è di nuovo riempita, questo sabato pomeriggio. Ci arrivo la mattina ed è un caos di gente e di autobus, un groviglio di strade, negozi e clacson. E’ questa banale incrocio, con le famiglie turche che si fanno la foto sotto il monumento alla Repubblica e i tassisti che a momenti ti mettono sotto, la causa della rivolta che ha fatto saltare i nervi al governo di una nazione da 73 milioni di abitanti? Tutto qui, è in una piazza così sghemba e grigia, se non fosse per il rosso accesso della bandierona turca appesa sul palazzone abbandonato in fondo, che ha fatto sosta il penultimo dei fuochi di rivolta globali? Ci torno il pomeriggio a piazza Taksim, e la ritrovo piena come un catino: ragazze, ragazzi, famiglie, uomini anziani, donne col velo e donne in jeans e donne col velo e in jeans, perfino bambini, tutti con un garofano in mano, a ricordare le vittime degli scontri delle scorse settimane, a ripetere coi loro slogan che anche se la polizia, con la violenza, può far sgomberare una piazza o un parco occupati, quella piazza o quel parco, con le loro idee di libertà, invece continuano a vivere, nella testa delle persone. Ci passo a mezzanotte infine, e piazza Taksim e solo un’idea, fatta della stessa materia dei sogni che poi diventano incubi, intravista in fondo al viale di Iskitlal, dietro i fuochi delle barricate e le mascherine antigas sulla bocca dei ragazzi che nonostante ciò continuano a cantare.

Nella città sul Bosforo crescono grattacieli modernissimi, si sventrano interi quartieri antichi, cadono vecchie case e alberi secolari. Ma si moltiplicano anche le moschee, i veli sul capo delle donne, tutti i segni di un islamismo rampante. Il globale che porta il cosmopolitismo, la voglia di conoscere gli altri o, più spesso, la frustrazione di voler essere come gli altri, ma anche il globale che porta in alcuni segmenti delle società, e non necessariamente i più poveri, il rifiuto dell’Occidente, il rifugio nelle chiusure estreme e rassicuranti di una religione antica. Istanbul è un collo d’oca, un sensore perfetto. Molti citano una manifestazione dello scorso 6 giugno, in piazza Taksim e nell’annesso parco Gezi, prima che venisse violentemente sgomberato. Quel giorno ricorreva una festa musulmana e i manifestanti laici, moderati o di sinistra, hanno sospeso l’uso dell’alcol per rispettare i manifestanti religiosi che avevano abbozzato una piccola moschea. E così, su quella piazza, si è creata un’unione imprevista. Ma il destino di una piazza è solo un pretesto, o un terreno di scontro, agli occhi di ragazze e ragazzi sempre più simili ai loro coetanei di Londra o di Roma o di Madrid, simili a noi che ancora veniamo qui, guardiamo perplessi il Bosforo e ci chiediamo perplessi cosa ci sarà dall’altra parte.

Luca Di Ciaccio • 23 giugno 2013


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