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Le sponde di Istanbul

Mentre sei immerso in sogni ottomani con venature di rivolta globale, proprio allora il canto dei muezzin comincia tra Yenikoy e Uskudar, dilaga e ti sveglia dal sonno. Sono migliaia i minareti puntati sul cielo come missili che si chiamano tra Asia ed Europa, migliaia di voci che sorvolano le flotte in attesa di passare il Bosforo. C’è chi dice che molte di questi canti di muezzin siano ormai registrati, un grido differito e fortissimo che risuona in simultanea, senza le sfasature del passato, come se nell’aggressione acustica ci fosse anche un aggressione di potere.

Istanbul è lontana anche da se stessa, con le sue sponde separate e microcosmi che non si parlano. Dalle mura di Bisanzio, ancora lì, intatte dopo 1600 anni, ai nuovi muri alla periferia della città che difendono gli appartamenti e il conquistato benessere della borghesia cresciuta all’ombra delle tigri anatoliche. Camminando nel quartiere di Fatih, ululante di muezzin e pieno di immigrati dell’est, mi accorgo che è più facile trovarci un italiano piuttosto che uno stambuliota dei quartieri spendaccioni a nord di Beyoglu. Minuscole chiese schiacciate dall’ombra di gigantesche moschee, in fondo a un labirinto di strade sghembe, baracche, panni stesi, rivendite di kebab, donne musulmane imbacuccate e vecchie case terrazzate in legno. L’acquedotto romano sorvola un dedalo di stradine dove, la sera, si possono vedere ancora sgozzare pecore e galli, in mezzo a fiumi di gente. A due passi dal Corno d’Oro, il Fenar, il Vaticano dei cristiani ortodossi, è un grande edificio in legno scuro con ballatoi, assomiglia quasi a un rifugio alpino. E’ stato ricostruito da una ventina d’anni dopo essere stato distrutto da un incendio. In pochi entrano nel tempio ululante di ori e di candele, di icone e di profumi. Chissà dov’è il pope dalla lunga barba bianca. Le moschee invece viste dal basso dei minareti sembrano inoffensive come parrocchie, coi vecchie che bevono il the all’ombra di un platano e i bambini che fanno catechismo e si azzuffano tra di loro, invece le donne sempre un passo indietro.

In lontananza, la cupola di Santa Sofia emerge planetaria e leggera come uno scudo stellare, inghiottita nel sole acceccante. Hagia Sofia, un millennio più antica di San Pietro, ancora in piedi dopo i mille terremoti della storia e della Terra. I turchi non ebbero pace finché – appena mille anni dopo – non riuscirono a superarne in grandezza la cupola con la moschea di Solimano realizzata dal grande architetto Sinan. Il Sultano, dice la leggenda, lo fece uccidere perché non svelasse al mondo il segreto del suo lavoro.

Luca Di Ciaccio • 26 giugno 2013


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