Ludik

un blog

La terra del tramonto

Istanbul è ai nostri piedi con il suo odore di carbonella e pesce azzurro alla brace, con i pescivendoli che urlano chiudendo bottega, i ferryboat che inghiottano e vomitano umanità tra Asia e Europa. Al tramonto risuona lo sbattere di pentole e padelle dalle finestre delle case, come tanti messaggi in bottiglia. Si sente anche l’eco di qualche stonacchiata bella ciao, la canzone che per misteriose strade è arrivata dalla resistenza italiana fino qui, tra i giovani in piazza contro la repressione del governo turco di Erdogan. Dietro il tuono totalitario dei nuovi minareti, finanziati coi soldi dei sauditi e messi in rete da un unico pulsante, resiste la nostalgia di un’antica pluralità, scolpita nelle pietre dei quartieri antichi nonostante lo sterminio degli Armeni, la fuga dei Greci, la dispersione dei Siriaci, la paura degli Ebrei. Istanbul non assomiglia mai a se stessa. Levantine sono le sue moschee e i bazar, e bizantine le sue strette stradine, ma i suoi bar e i suoi tram sono balcanici, e talvolta mitteleuropei, e i suoi passagges ottocenteschi sembrano come quelli parigini.

E il parco Gezy coi cartelli “occupy” – dice chi ha fatto in tempo a vederlo prima dello sgombero della polizia a colpi di manganelli, proiettili di gomma e gas urticanti – non pareva mica tanto diverso dagli occupy di un isolato di Manhattan o di una piazza a Madrid o di un quartiere di Rio de Janeiro, piazza Tahir o Tel Aviv. Tutti protestano così, occupano spazi come se volessero scrivere una nuova storia su un vecchio suolo, come se il messaggio fosse l’evento stesso. Molti vogliono essere cittadini del mondo ma non vogliono perdere l’anima della propria terra. Anche qui lobbies finanziarie senza patria si nascondono dietro il potere i un’ortodossia religiosa di facciata.

Europa, Europa, terra del tramonto. Quello che ha spento l’orchestra nazionale greca è forse la stessa cosa che ha fatto fallire la rivoluzione egiziana e acceso la protesta turca, mentre anche la Spagna ci sfugge e l’Italia dimentica se stessa. Siamo troppo presi dai nostri portafogli, sempre più vuoti, per guardare oltre l’orizzonte del Mediterraneo. Dimentichiamo l’anima del nostro continente. Proviamo a cercare un equilibrio nei nostri conti mentali, ci scervelliamo su spread e deficit, aderiamo per moda a esotiche proteste passeggere purché non defluiscano nel nostro cortile di casa o non ci rovinino le nostre vacanze, ma il saldo finale è un orizzonte che ci sfugge, troppo a lungo termine.

Luca Di Ciaccio • 27 giugno 2013


Previous Post

Next Post