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Springsteen Serenade

In una delle sue lezioni che ho visto tempo fa in un teatro, lo scrittore Alessandro Baricco diceva, a proposito di Proust, che gli capita spesso di leggere sue cose, pensare “ma è vero? ha ragione?”, rispondere “certo che no” eppure decidere di crederci lo stesso per il solo e ottimo motivo della bellezza perfetta con cui quelle cose sono scritte. Ci pensavo ieri sera, dopo duecento minuti e passa che Bruce Springsteen era salito sul palco, in una di quelle sere che bruciano e non vogliono tramontare mai, con gli aerei che decollavano sopra le nostre teste e il traffico del grande raccordo anulare a due passi. “Can you feel the spirit?” ha urlato al pubblico prima di cominciare la serata. “Roma ti amo” ha detto alla fine, mentre lì sotto c’era gente adulta che piangeva, in fondo, come diceva l’ultima canzone, it’s a town full of losers, e lui ha appoggiato il pugno sul cuore.

Io non avevo mai visto un concerto del Boss e non riuscivo a smettere di pensare che lui stava lì perché non poteva fare altro, perché quella è la sua vita, la sua missione, non soltanto il suo lavoro. Ecco, pensavo, adesso scende dal palco, va in mezzo alla gente e lo fa non per confermare di essere un divo ma per l’esatto contrario, per provare ad annullare la distanza, per accettare ancora una volta la delega che quella gente da quarant’anni gli dà, per esprimere sogni, speranze, passioni, attraverso le sue canzoni. Certo, è un’illusione, la vita non ci offre sempre le possibilità che vorremmo, anche se sappiamo, dentro di noi, di essere “nati per correre”. E anche perché lo so, lo sappiamo, che uno spettacolo come questo, nella sua perfezione fatta di centinaia di dettagli che si incastrano come meccanismi di un orologio – i tempi, i cambi delle chitarre, le corse sotto il palco, la scelta dei cartelli dei fan, il bambino che canta a cappella, le ragazze invitate a ballare sul palco, gli “I love Roma”, le luci, le docce con la spugna e tutto, tutto il resto – è il frutto di anni di prove e di professionalità, non certo improvvisazione e botte di estemporaneo entusiasmo, perché solo chi conosce per filo e per segno tutte le regole e tutto il copione, fino quasi a sfiorare la nausea, può permettersi alla fine di improvvisare davvero. Ci interessa tutto questo? No. Sappiamo che è così, ma facciamo finta di niente, ce ne dimentichiamo presto, giusto il tempo di ritrovarci sotto un palco a urlare quelle parole, a credere che la città dove si suona stasera è davvero il posto più bello del mondo, che quegli accordi escano fuori nella magia irripetibile di una sera in mezzo a milioni di sere, cantando a squarciagola che è bellissimo credere a certe bugie.

concerti

Luca Di Ciaccio • 12 luglio 2013


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