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Le porte chiuse

Andiamo veloci, vogliamo vedere tutto, commentare ogni cosa, compulsare ogni cinguettio, poi però restiamo fermi ad aspettare. Il tempo dove tutto va veloce, invece è il tempo dell’attesa. Ore intere, mattine, pomeriggi, giorni davanti a una porta chiusa. Porte di Vaticani, porte di Quirinali, porte di palazzi reali inglesi, porte di tribunali. Consultazioni e travagli, bibbie e costituzioni, sentenze e fumate bianche. Si muove una maniglia è tutti si girano, si sobbalza quando un gabbiano si posa proprio lì davanti, si scruta l’occhio immobile di un corazziere, si guarda l’orologio sbuffando.

Ci illudiamo di vedere e influenzare ogni cosa, ma poi le cose che reputiamo davvero decisive avvengono sempre dietro una porta chiusa, che noi possiamo solo guardare dall’esterno, piazzandoci una telecamera davanti, chiacchierandoci in sottofondo col rumore dei dibattiti televisivi e delle dita sulle tastiere. Porte di ospedali, porte di parlamenti, porte di chiese, chiuse come nemmeno più le cosce tese di quella vecchia canzone. Non si sa cosa c’è lì dietro, ma lì dietro c’è tutto. Le stanze dei bottoni, alla fine, sono soltanto una scusa per attaccar bottone. I giornali credono già di sapere tutto, come noi che pensiamo con un voto nell’urna o con un clic da queste parti di avere risolto tutto. I royal baby, come i papi dalla fine del mondo o i governi dalle larghe intese o le sentenze della resa dei conti sono cose troppo importanti per lasciarle vedere o fare al primo che passa. Ma poi, quando le porte si aprono, ci accorgiamo che era meglio restare ad aspettare.

Luca Di Ciaccio • 23 luglio 2013


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