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L’ombra di una sentenza

Il tempo a cavallo delle ferie scorre inebetito dai quaranta gradi all’ombra, dai martelletti dei giudici di Cassazione, dai calendari ormai sbiancati, dai presagi di fine regime a cui non crede più nessuno. I manuali di storia del liceo segnalavano già in tempi non sospetti che i fatti storici più drammatici avevano quasi sempre date di piena estate (pure la campagna di Russia, intesa come fronte orientale della seconda guerra mondiale, iniziò in estate). Ma crescendo s’è perso il conto delle ore fatali, delle decisioni irrevocabili, delle settimane decisive. Molti sperano ancora nelle sentenze in grado di eliminare il cattivo dalla scena politica. Ma l’unica certezza – per chi se le può ancora permettere – sono le vacanze, e infatti non ci si spiega come facciano i berlusconiani di provata fede a blaterare di una “guerra civile” così, ad agosto, alla vigilia della partenza per le ferie. E poi dicono che era la sinistra quella ad essere lontana dal paese reale. Me ne sto con un bicchiere di Aperol in mutande fuori il balcone, e nelle strade ogni cosa sembra deposta com’è, in sopravvivenza

C’è questa Italia – come scrive Giorgio Vasta nel suo romanzo “Il tempo materiale”, affidato all’inquietante voce di un tormentato dodicenne – che “finge di desiderare il calore mentre non può rinunciare al tiepido… dove l’incandescenza è un gioco, l’eccitazione civile, lo scuotimento etico, sono finzioni. Siamo il paese della desensibilizzazione degli istinti civili, del depotenziamento di ogni forma di responsabilità… ricorriamo a queste periodiche simulazioni nazionali per immaginarci di essere altro. Ma la temperatura dell’Italia non è questa. La realtà è tiepida. L’Italia è tiepida. Del tutto incapace di assumersi la responsabilità del tragico. Il tragico è in grado soltanto di generarlo ma poi lo volge in farsa”.

Luca Di Ciaccio • 3 agosto 2013


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