Ludik

un blog

Le parole che non ho scritto

Ogni minuto che passa su Facebook appaiono due milioni e mezzo di post, quasi due milioni di “mi piace” e vengono caricati 350 giga di dati. Contemporaneamente nascono 571 nuovi siti e solo su WordPress, la piattaforma di blog più nota, vengono pubblicati 347 post. Nel frattempo su Twitter compaiono 278mila nuovi cinguettii. E poi ancora vengono inviati 204 milioni di email, su YouTube si caricano 72 ore di filmati e su Instagram appaiono 3600 fotografie dai colori seppiati o vivaci, tendenzialmente paesaggi, gambe distese su una spiaggia, piatti pieni di cibo. Non basta un giorno per leggere o vedere le cose messe in rete in un minuto, come non basterebbe una vita per sfogliare tutta la sapienza stampata dall’umanità. Viviamo sotto una nuvola di parole e ci sembra il prezzo della nostra crescita, come pechinesi sotto il monossido di carbonio. Siamo sempre connessi, le nostre timeline sono un continuo flusso di notizie, pensieri, idiozie, battute sarcastiche, argomenti che perlopiù ci lasciano indifferenti ma che dobbiamo assolutamente sapere, le notizie sui giornali nascono da sole e senza esserlo mai state, come valanghe. Dobbiamo avere un’opinione su qualunque fatto succeda, possibilmente breve e sagace. Fatti e rumore, fatti e rumore. E anche per dire che scriveremo di meno, che usciremo a fare una passeggiata, lo faremo scrivendo altre parole, e suscitando nuovi commenti. Parliamo tutti insieme, e uno sull’altro, tutti in tutto il mondo scrivono parole sui propri computer, per sempre, come sto facendo io adesso.

Quando ho deciso di tagliare e sfoltire e buttare via cose da questo blog – avrò messo via un migliaio di post – avevo in mente questi numeri e questi dati ma anche una frase che mi disse una volta un mio amico un po’ d’anni più grande di me. Aveva appena cambiato casa e aveva tolto un sacco di libri dalla sua biblioteca, il criterio per farli restare, diceva, era per ciascun libro sapere che gli sarebbe potuta venire voglia di riprenderlo in mano. E alle possibili obiezioni sul peso della memoria e sul senso del possesso si limitò a chiosare: tanto ‘amma murì. Che a me continua a sembrare il più inoppugnabile dei criteri. Tante volte scrivere qui rischiava di trasformarsi in un dovere, in una continua dimostrazione di dover dire qualcosa. Avrei voluto dire e scrivere tutto io, anche le parole e i pensieri degli altri. Non lasciarmi sfuggire nessun argomento e nessun punto di vista. Pretendere la durata delle mie parole. Cancellare poco o niente. Conservare tutto, come se avessi dei posteri a cui consegnarlo, come se ai posteri gliene fregasse qualcosa. Ho accettato tutto questo perché faceva parte del gioco, perché ho sempre l’impressione di perdermi qualcosa di decisivo che da qualche parte sta sicuramente accadendo, di non fare in tempo a cambiare o approfondire l’idea che ho di qualche fatto. E per questo che ho pensato, alla fine, che buttare via un po’ di cose è solo un pretesto per non crollare sotto il proprio peso, per non chiudere un blog, per abituarsi all’idea che tanto anche se non molta calma ‘amma murì.

Luca Di Ciaccio • 25 agosto 2013


Previous Post

Next Post