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Il sonno di Stromboli

“Sei arrivato a Stromboli?”, “Arrivare è semplice, il punto sarà addormentarsi questa notte”. “Il cellulare però prende?”. Un Ape scassato carica i bagagli e ingrana la prima. L’isola ci travolge con l’odore intenso di fiori imminenti e di pietra scaldate dal sole. Puzza di nafta dai motori ancora accesi, un risotto che evapora da una finestra, erbe aromatiche, esalazioni di un granchio che si secca tra due scogli. Il fumo che esce dalla cima del vulcano è già la nostra ombra. Ingoiamo lampi prima di andare a dormire.

Il sonno è l’imballaggio che usiamo per proteggerci, come i cespugli grandiosi in cui sono sprofondate certe ville. Ma il silenzio non esiste. Anche nel buio senza lampioni, anche nella quiete senza orologi e scadenze. C’è il coro notturno dei canneti che bisbigliano, c’è l’eterno brontolio del vulcano insoddisfatto, c’è lo sbattere delle onde sugli scogli, il mare minaccioso anche quando è placido, incurante di tutti quei cartelli della Protezione Civile che mettono in guardia dagli eventuali allarmi tsunami. Per alcuni addormentarsi è un’impresa penosa. Non trovano la pace, non riescono a spegnere i sensi. Cercano di arrivare a letto sfiniti, danno la colpa al vulcano che come loro non dorme mai, sonnecchia, russa, si risveglia, si accende d’ira, sputa e tossisce, poi si calma. Per altri invece il sonno sembra non finire mai, qualcuno si spinge a dire che è proprio il vulcano a conciliare il riposo. E’ come risvegliare sensazioni provate forse prima di nascere, prima della coscienza. Chiudere gli occhi dentro la pancia di qualcuno che starnutisce o che parla. Non è escluso che, come quelli che sonnecchiano durante il decollo di un aereo, sia la paura a generare sonnolenza.

stromboli

Luca Di Ciaccio • 26 agosto 2013


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