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Iddu

Il vulcano lo chiamano Iddu, come fosse un parente che si conosce troppo bene ma a cui è meglio non dare disturbo. In cima al tramonto, seduti per terra, con gli elmetti in testa, si contemplano i sassi scagliati via dalla bocca dell’animale. Nel buio si scatena a intermittenza una fontana di lapilli incandescenti. L’aria è affumicata, le nuvole rallentano devote, e il sole lascia in eredità una luce color aranciata. In quel momento cominci a pensare che i vulcani attivi non sono altro che animali preistorici annegati e rimasti col naso rivolto verso il cielo. Niente a che vedere con le semplici montagne e nemmeno con le placche tettoniche, la crosta terrestre e i terremoti. Il vulcano è una bestia intrappolata, un tirannosauro sopravvissuto all’estinzione del suo mondo, che guarda il cielo e sbuffa, e sputa fuoco, e sfida le nuvole dei temporali e perfino gli uragani, più di ogni cosa ama gareggiare con i tuoni, ma poi si calma, rinnega se stesso, si finge per un po’ di tempo un gigante buono, e quando tutti lo credono addormentato lui ricomincia a gridare, ingoiare i lampi, sputare il fuoco. Raccolco un mucchio di sabbia incenerita come Ingrid Bergman in quel vecchio film di Rossellini. Iddu sa cos’è la dolcezza ma saprebbe come sterminarci tutti da un momento all’altro, pure noi che prima di salire abbiamo firmato una specie di liberatoria per dire che qualsiasi cosa ci succeda esentiamo altri se non noi da colpe e responsabilità.

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Luca Di Ciaccio • 28 agosto 2013


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