Ludik

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In quella notte fantastica

Quando tutti quanti, dentro lo stadio che era pieno – che bello è –  attorno al palco che era una girandola serratissima di schermi e grafiche e kinekt – è una libidine è una rivoluzione – hanno sollevato in alta a braccia tese questi cartelli con sopra disegnata un’emoticon di quelle classiche, quasi vecchio stile, la faccina sorridente, gialla su sfondo azzurro, non ricordo se Lorenzo Jovanotti sul palco stava facendo Penso Positivo o qualcos’altro. Ricordo che era passata appena una manciata di minuti dal momento in cui si era impelagato in un discorso infinito sui puntini da unire, Steve Jobs, i cruciverba, il padre, la madre, le strade coi lampioni, nessuno ci dice più dove sta il 3 e dove il 67, eccetera. E io nel frattempo pensavo che, nonostante tutto, la prima musicassetta col nastro che comprai da nemmeno adolescente era una cosa di Jovanotti con le sue moto e i ciao da mandare alla mamma quando ci si diverte, quando lui era ancora una via di mezzo tra il rap a stelle e strisce e il sabato sera di Raiuno con Pippo Baudo. Poi Jovanotti era restato per parecchi anni delle mia ragazzinitudine, con le sue serenate e le sue belle fidanzata con un giro di chitarra, l’edonismo reaganiano prima e il buonismo veltroniano dopo, infine mi è successo quello che succede sempre con alcuni cantanti e cantautori di questo paese. Che uno se li dimentica per un po’, li lascia da parte mentre loro si ripetono e noialtri nel frattempo ci perdiamo e ci ritroviamo – ognuno in fondo perso dentro i cazzi suoi, come cantava quell’altro che ora sta poco bene – e li ribecca dopo qualche anno che fanno ancora belle canzoni, e che quelle vecchie tu le sai ancora tutte a memoria, e che nel frattempo loro hanno cominciato non solo a cantare ma anche a parlare e parlare e parlare e, ovviamente, crederci molto. Contro la guerra, la deforestazione, il cibo geneticamente modificato, la speculazione edilizia, il vecchiume politico, Ed eccoli che – come stelle cadenti ma ancora luminose – ce li ritroviamo sulla nostra rotta, nel cielo di un paese che in fondo è sempre affamato di guru e di predicatori e di profeti. E però quando uno è capace di far alzare tutti quei cartelli insieme e di far ballare tutte quelle persone, che mica è facile, con canzoni che tutti sanno a memoria, e poi di ripetere tutto questo alle nove di sera sulla prima rete della Rai, non gli si può mica negare un po’ di stima.

Luca Di Ciaccio • 3 settembre 2013


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