Ludik

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Camini senza fate

Notte anatolica sterminata, vento, nessun paese, nessuna luce, nessuna cometa che indichi la strada. Solo un navigatore satellitare che ci manda dentro una mulattiera fangosa in mezzo ai campi, come se le superstrade attraversate da camion e pullman non esistessero, come se la Cappadocia fosse ancora un luogo nascosto al mondo, come un secolo fa, e non la metà di centinaia di migliaia di turisti, europei che vengono a camionate, a jumbo, a eserciti, fotografano tutto e non vedono niente, leggono scritte greche sui muri e non si chiedono dove sono i greci, vedono affreschi di san Giorgio e non si domandano che fine hanno fatto i cristiani di qui.

Solo all’alba ci rendiamo conto di dove siamo. La Cappadocia è un dedalo di valli, picchi cariati, vertigini di tufo. L’estensione dei luoghi è riempita da suoni animali, tutto un nitrire, ragliare, tubare, muggire, abbaiare. E dentro buchi vertiginosi, grotte dipinte come cappelle bizantine, impregnate delle preghiere di secoli, con santi a cui è stata grattata via la faccia. Certe grotte sono state chiese e poi stalle e poi case e poi tombe e poi nascondigli loschi e poi gallerie d’arte, insomma la vita in tutte le sue forme. In un libro di Paolo Rumiz sottolineo trovo la frase che gli dice un rigattiere affabulatore di Uchisar, chiamato Alì: “Prova a parlare con il paesaggio, ti risponderà. Prendi quello che ti serve dagli uomini, dalle religioni, dalla natura e dalle stelle, pesta tutto in un mortaio, aggiungi le tue spezie preferite, e portalo sempre dietro in un sacchetto. Nessuno può obbligarti ad essere quello che non sei. L’acqua portata da lontano non fa girare il mulino”.

cappadocia

Luca Di Ciaccio • 13 settembre 2013


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