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Affacciarsi sullo Stretto

L’attraversamento dello Stretto è un’esperienza che si ripete ogni volta uguale. Ci si prepara in silenzio. Alcuni a bordo si vanno persino a cambiare, come per un’occasione particolare. Si ripete il rito di milioni di passeggeri, negli occhi l’attesa di un ritorno, la nostalgia di una partenza, la noia di un’abitudine. Il mare, nel mezzo, sembra farsi agitato, ma non è facile qui riconoscere il senso della corrente. O forse sono due correnti che vengono a scontrarsi proprio qui. Ed è come se il mare, nella confusione del momento, avesse smarrito il senso di marcia. Come i viaggiatori che poi, riscendendo dalle scale di ferro della nave, non riusciranno a trovare più il loro vagone del treno.

Rumore di argani, odore di vernice, il placido ron ron dei motori, i passeggeri lasciano il treno intrappolato nella viscere del traghetto Caronte, illuminate da una straniante luce giallina, e risalgono sul ponte della barca, a osservare le lingue di terra che non si toccano. Sul ponte delle auto stanno tutti davanti al ponte levatoio a poppa, come davanti alle porte della speranza. Qualcuno, preso da troppa voglia o da troppo rimpianto, si avventa sugli arancini del bar sul ponte trovandoli – chissà perché – come i più buoni che ci siano.

stretto di messina

Luca Di Ciaccio • 15 settembre 2013


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