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Il corpo delle pubblicità

Come la signora davanti a questa vetrina nel centro di Parigi, a un certo punto qualcuno ha deciso che quello lì non era inchiostro ma sangue, non era una metafora ma la realtà. Il tribunale civico del buon senso emise le sue sentenze, la polizia del linguaggio si incaricò di farle rispettare. Pulizia etica, se necessario. Non andavano bene i concorsi di miss e nemmeno le pubblicità dei biscotti, bisognava far sì che la libertà di espressione fosse tale solo per le cose con cui eravamo d’accordo e non con quelle ripugnanti, si doveva imporre anche ai balletti e ai cartelloni una funzione educativa, scambiare un’allergia al burro per una violenza inaccettabile e se necessario rimandare al rogo l’Ultimo Tango, urgeva respingere ogni turbamento artistico, sostituire il senso del tragico con il senso dell’opportuno, rimpiazzare l’etica con la correttezza politica. Dopo troppe provocazioni si decise pure che le donne dovevano avere un corpo, come se gli uomini non lo avessero. E che dovevano essere sempre vittime potenziali e mancata espressione di loro stesse, anche se ballavano felici su un tavolo o portavano la colazione a tavola. La libertà, si era sentenziato, non era più quella di fare ciò che si vuole con il proprio corpo ma quella di fare al massimo ciò che si deve e ciò che è giusto. In fondo, nella casa di bambola che immaginiamo sia la società, è più elegante che non ci siano le troie.

Pensavamo di allargare diritti e possibilità, di pretendere più asili nido e meno flash mob, ma ora dovevamo solo applicare sentenze e rivendicare protezioni. Invece di capire come rovesciare degli stereotipi, un sacco di gente si è affrettata a formarsene degli altri. Maschi bruti, donne vittime. C’eravamo fatti l’idea che bisognasse educare un paese come il nostro, dove una donna che ha un ruolo di potere è sempre “isterica” o “scorbutica”, dove “le vigilesse sono tremende perché devono dimostrare”, dove le donne capaci “hanno le palle”. E che per farlo non bastasse rivendicare premi e cariche e ruoli solo “perché lei è una donna”, o respingere delle critiche di merito come se ogni volta “non è una critica a me, ma un’offesa a tutte le donne”. Ah bhe. Se tutto è maschilismo, se tutto è omofobia, se tutto è barbarie, allora l’orizzonte si fa nero, e non si riesce a capire dov’è che si mette mano alla politica, ai diritti, ai cambiamenti che sono salti in avanti e non muretti difensivi. Siamo tanti e troppo stretti e tutti troppo suscettibili a questo mondo, ogni tanto è giusto rinunciare a qualche parola o a qualche gesto, la libertà in fondo è diventata come un regolamento di condominio. E noi forse volevamo solo invocare un po’ di quiete borghese, come il dottor Antonio interpretato da Peppino De Filippo in quell’episodio girato da Federico Fellini nel film “Boccaccio 70”, a urlare insulti contro un cartellone pubblicitario e un corpo di donna che invita a bere più latte, e mi raccomando latte italiano, un corpo troppo strafottente per avere anche un’anima.

Luca Di Ciaccio • 25 settembre 2013


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