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Dentro un carcere

Le celle sanno di umido, i corridoi sanno di buio, le grate e le porte arrugginite sanno di urla e scodelle. Quarant’anni fa il carcere di Gaeta non doveva essere molto diverso da quello che era nell’Ottocento e anche da quello che è adesso, abbandonato a se stesso, popolato da spettri e cattivi ricordi. Dietro le sbarre si vede e si sente il mare. Solo una cella – due metri per uno – al posto della finestra ha una grata sul soffitto, aperta, e attorno ai muri delle imbottiture di gommapiuma, quella era la cella di isolamento. Al piano di sopra c’era Kappler, prima di essere trasferito a Roma e di scappare mentre secondini e ministri chiudevano per caso gli occhi. Forse all’epoca non c’era ancora l’Europa a multarci ogni anno per le violazioni dei diritti umani e noi non avevamo ancora cominciato a risolvere i problemi accontentandoci di metterci ogni tanto una pezza, fino al prossimo indulto, alla prossima amnistia, al prossimo condono più o meno tombale. I detenuti, anche allora, erano soli nel fondo del loro abisso. La legge era sempre uguale per tutti, ma per qualcuno più uguale degli altri.

Nel suo diario, scritto nel 1971, Franco Pasello, un detenuto rinchiuso nel carcere militare di Gaeta in quanto obiettore di coscienza e testimone di Geova scriveva: “Durante la mia detenzione a Gaeta sono stato rinchiuso per punizione due volte in cella di isolamento: al posto della finestra, c’è solo una grata sul soffitto, aperta, in modo che qualsiasi cosa vi caschi sopra finisce immediatamente dentro la cella. Come altri compagni, appena mi ci hanno rinchiuso ho iniziato lo sciopero della fame: che altro ti resta da fare in quelle condizioni? Durante uno dei nostri scioperi della fame venne a trovarci in carcere Marco Pannella. Il parlamentare radicale preavvisò la direzione del carcere della sua prossima visita e questo preavviso permise che si facessero ordine e pulizie dappertutto: tutti noi detenuti fummo invitati a “metterci bene”, con la camicia, ed a esternare tutta la nostra soddisfazione per la situazione in cui ci trovavamo. Nelle camerate. prima della visita di Pannella, si accese il dibattito: da una parte chi voleva nascondere tutti i difetti e le ingiustizie, in obbedienza alle indicazioni della direzione, dall’altra chi intendeva comunque denunciare la verità. Noi decidemmo di raccontargli la verità, ma non servì a niente”.

posti abbandonati

Luca Di Ciaccio • 9 ottobre 2013


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