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La gloria dei bastardi

Le cause non fanno la differenza. Il trauma non fa la differenza. La politica non fa la differenza. La guerra non fa la differenza. Su un muro di Istanbul il disegno di Hitler sembra l’icona tascabile del male, nebulosa di immagini e parole, traumi e rimozioni. Preferirei non vederlo, e invece è lì, senza che io possa capire le parole che lo circondano, scritte in una lingua che non conosco e che non riesco a capire. Non riesco a tradurlo e dunque non faccio a quel manifesto ciò che per un attimo vorrei fargli, cioè strapparlo. Sarà lecito, anche a fin di bene, stampare i suoi tratti somatici e appiccicarli su un muro di una pubblica via? Ogni faccia nel momento in cui diventa un’icona – del bene o del male, non importa – si disincarna dalla carne e dal sangue della sua esistenza terrena. Come quando mi misi a ragionare sull’eventualità di incontrare Erich Priebke per strada, a Roma: cosa avrei dovuto fare, mi chiedevo. Almeno un calcio, o uno sgambetto, sferrato mentre cammina lento su una strada del quartiere Balduina, oppure uno spintone mollato mentre compra le mele in un negozio sotto casa. Ma se poi avessi incrociato il suo sguardo da vecchio perduto dentro una guerra finita? Se avessi rivisto per il tempo di un attimo il lampo di un vecchio nonno buttato per terra, inerme su un marciapiede di stampelle e incubi, come due viltà che si riconoscono? “Lo consideravo un essere vivente, non un essere umano” ha detto il presidente della comunità ebraica romana. Affrontando la non-persona non ha senso porsi domande sulle cause, bisogna infatti, evitare il rischio di concedergli una qualche vittoria postuma. Ma ciò che non è umano ci risparmia il rischio di intravedere che quel buco nero riguarda proprio la nostra specie.

“Tu non sei creato dal trauma. Tuo padre e tua madre non furono diversi dai padri e dalle madri. Tu non sei determinato da pratiche sessuali: anche altri le compiono. Di te non va pronunciata la domanda: perché? Nessuna vittoria postuma va concessa a te, l’apparenza che simula di essere. L’apparenza, sganciata dall’essere, stermina” – così scrive Giuseppe Genna in “Hitler”, romanzo. La catastrofe europea, cratere piantano nel mezzo del secolo scorso, fu il risultato di una lunga sedimentazione, goccia dopo goccia, impronta su impronta, di sostanze tossiche nelle falde della società. Fior di storici, sociologi e filosofi hanno ricostruito i processi che formarono ideologia e immaginario del nazismo, risalendo le genealogie, mappando le ascendenze, ingrandendo ogni dettaglio del grande quadro. Intere legioni di imputati sono sfilati di fronte alle corti marziali e penali invocando la mera e inevitabile esecuzione di ordini. Eppure le condizioni, se anche sono necessarie, non sono sufficienti. Un bel giorno si deve cominciare a uccidere, cominciare a sterminare in massa. Un bel giorno devi sparare a trecento uomini, e poi perdere il conto.

Ognuno, tra coloro che restano o che vengono dopo, fa i conti come può. La storia è il risultato di un’approssimazione, la voce dei testimoni a un certo punto si spegne e l’onere della memoria rimane alle parole scritte sui monumenti e sui libri, prima che la polvere o l’ossido di carbonio arrivi a coprirle. Non è facile rassegnarsi, chi ha subito un torto, fa fatica ad arrendersi al mondo. Qualcuno, che ha fede, crede in un disegno superiore. A una mente che tiene le fila dei destini. Dio, la natura. Al valore di ogni sacrificio come una tappa indispensabile, questo serve a questo, esattamente in questa forma. Ma la contabilità del dolore, per chi non ha inferni o paradisi in cui credere, è sempre un conto sballato. Aguzzini e vittime che vivono troppo a lungo fanno in tempo a rendersi conto che il mondo va avanti anche senza di loro, che il bene e il male abitano gli stessi luoghi, e convivono senza sfiorarsi, come sconosciuti in fila alla cassa di un supermercato. Forse l’unica cosa che si possa fare è provare a mettere sassolini sulla bilancia dalla parte del bene, a non sperare in una giustizia che venga a salvarci ma a fare affidamento sulle nostre piccole individuali libertà di scelta, perché il mondo si mantenga in equilibrio.

Luca Di Ciaccio • 12 ottobre 2013


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