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Tornare all’Aquila

Mentre cammino per le strade dell’Aquila penso sempre “che peccato non esserci stato prima”. Doveva essere bello il centro dell’Aquila prima di quel terremoto. Con i negozi, i bar eleganti e quelli col giornale locale sopra il frigo dei gelati, le mercerie con le commesse anziane, qualche grande catena d’abbigliamento come in città, con le famiglie a passeggio, gli studenti seduti nel pub, i nipoti che andavano a trovare le nonne, i papà che la domenica mattina scendevano a comprare le pastarelle, i pettegolezzi di provincia sussurrati a mezza bocca mentre si incrociavano gli sguardi, con il rintocco delle campane all’ora della messa, un cinema e un teatro e un po’ di banche, poi gli stemmi medievali e i portici un po’ fascisti, il solito barbone sulle scale del duomo, lo struscio di sabato pomeriggio. Così dopo un po’ che uno cammina nel centro dell’Aquila finisce per pensare alla propria città, immagina quello che vede traslato sulle strade e sulle piazze e sulle case della propria città, o del posto dove è cresciuto. E così finisco per sostituire a ogni palazzo diroccato, crepato, imbracato, crollato, un edificio della mia città, a ogni luogo e a ogni piazza un luogo e una piazza, e mi ritrovo a immaginare così i centri storici dove ho vissuto e camminato nella mia vita. All’improvviso è come trovarsi dentro i guai degli altri, aiuta a considerarli meno estranei.

Il corso dell’Aquila con poche vie attigue e pochi negozi che vi si affacciano è aperto, e gli aquilani vengono a passeggiarci, proprio come facevano prima, aggirandosi nella loro città divenuta una città fantasma, dove non abita più nessuno. Quelli che passeggiano fanno come se fosse normale: spingono un passeggino, si fermano a prendere un caffè, comprano il giornale. Gli aquilani vivono altrove, molti di loro nelle casette antisismiche del governo, stecche colorate di condomini piantate in mezzo al nulla, su strade con nomi di cantanti, a cinque minuti d’auto da un centro commerciale, come in quei quartieri uguali di qualunque periferia urbana. Nel vecchio centro storico drappelli di giovani militari, con la mimetica dell’esercito e la penna nera degli alpini, controllano l’accesso alle strade chiuse e sbarrate, dove un cartello avvisa che da lì in poi è “zona rossa” ed è vietato mettere piede. Sotto i portici accanto alla piazza del Duomo una serie di pannelli di plastica coi simboli di comune e provincia e regione e governo eccetera fanno il punto sui lavori di ricostruzione di chiese, edifici pubblici e monumenti, anche se non si capisce bene quale lavoro sia davvero iniziato e quando finirà, se è tutto fermo o se si stanno facendo progressi. Vedo qualche palazzo di banche il cui restauro è ormai ultimato, e altri ponteggi su cui campeggia lo slogan “L’Aquila rinasce”, passo davanti all’auditorium in legno progettato da Renzo Piano e donato dalla Provincia di Trento, ma tutto il resto della città sembra dormire un sonno profondo, forse un coma definitivo, disteso su un letto di tubi Innocenti, sotto una coperta di travi di legno.

l'aquilaterremoto

Luca Di Ciaccio • 14 ottobre 2013


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