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Il gregge

Ho letto sul giornale la storia di un regista, in un teatro di Milano, che aveva deciso di portare sul palcoscenico due pecore, per la scena finale del suo spettacolo. Le pecore, si sa, sono animali docili e gentili. Ma non aveva calcolato quanto fossero ostinate. Alla mezza – il comando che il direttore di scena dà agli attori per avvertirli che mancano solo trenta minuti all’inizio – le pecore dovevano raggiungere il palcoscenico. Salendo due rampe di scale. Niente da fare. Le due pecore si piantano di fronte alla cassa, ancora deserta, e non si muovono di un millimetro da lì. Ognuno ha una proposta: che chi prova ad adularle, come bambine capricciose, chi le pungola pensando vogliano fargli un dispetto, c’è chi sussurra loro il comando con dolcezza e subito dopo glielo urla nelle orecchie, qualcuno propone di dar loro un blando sonnifero, altri di tracciare un percorso con l’erba fino alla meta, vengono spinte per i lombi, prese a calci, tirate con forza per il collare. Niente. Fin quando il regista ha un’intuizione: ne prende una in braccio. E come una giovane sposa la prima notte di nozze, la conduce su per le scale. L’altra, senza più bisogno di nessun incitamento, la segue tranquilla. C’è solo un modo per convincere una pecora a fare una cosa: convincere un’altra pecora a farla. Sembra uno di quei paradossi della logica, o il classico pregiudizio sulla stupidità dei greggi di ogni ordine e specie, e invece è quanto di più vicino si possa immaginare alla natura profonda di ogni essere vivente.

Luca Di Ciaccio • 18 ottobre 2013


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